Risse al campo: quando lo sport non insegna

Mariateresa Truncellito
in “Maria con Te”, n. 29 del 17 luglio

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Spesso il calcio giovanile dà vita al tifo esasperato dei genitori che vogliono il loro figlio
vincente a tutti i costi. Invece la strada verso la crescita passa anche dall’accettazione
della sconfitta

La cronache locali non di rado riportano di maxi risse che vedono coinvolti giovanissimi
giocatori di campionati di calcio e adulti degli staff tecnici. E spesso le partite tra ragazzini
hanno come colonna sonora epiteti e insulti rabbiosi che dagli spalti i genitori rivolgono
all’arbitro, agli avversari o tra di loro. Può succedere che un genitore si interroghi
sull’opportunità di far continuare il figlio a praticare uno sport all’insegna dell’odio.

«C’è una lunga serie di tristi episodi che, in tutta Italia, coinvolgono i settori giovanili del calcio»,
commenta padre Giovanni Calcara, domenicano del convento di Soriano Calabro (Vibo
Valentia). «Che, come altri settori agonistici o del mondo dello spettacolo, viene vissuto
non nella logica della “mens sana in corpore sano”, ma del successo a qualunque costo.

Padre Giovanni Calcara

Le considerevoli cifre che si guadagnano hanno messo da parte ogni remora di qualunque
ordine morale e umano: tutto diventa lecito. Che i giovani ambiscano al successo non solo
è desiderabile, ma doveroso: altrimenti c’è apatia e disinteresse, non solo verso l’aspirare
a qualcosa che renda l’umano “bello e onesto”, ma verso la stessa vita.

Ma è saltata ogni collaborazione tra educatori e società, giovani compresi. Cosa deve ancora accadere
perché ognuno si renda conto che la cosiddetta “emergenza educativa” è diventata, di
fatto, una tragedia? Che incidenza hanno gli oratori, i gruppi di volontariato, le
associazioni, i movimenti politici nel creare una presa di coscienza condivisa di fronte alla
crisi dei valori che riguarda non solo i giovani, ma l’intera società? È possibile che ancora
tutti difendono le proprie identità come privilegi e non come ricchezze da mettere al
servizio degli altri? Perché non si riesce più a pensare, come insegna papa Francesco, in
termini del “noi” e non dell’ “io”?».

Prova a rispondere Luciano Grigoletto, psicoterapeuta: «Giocare a calcio non è
semplicemente uno sport, ma uno dei fattori che contribuiscono a definire l’identità, che si
costruisce anche “inventandosi un nemico”. Credo sia difficile rintracciare un italiano che
non abbia mai tirato due calci a un pallone. E parlare di calcio è uno dei due-tre argomenti
tipici di qualsiasi gruppo maschile».

Negli sport di squadra, ci sono due scuole di pensiero: per la prima l’importante è partecipare.

«Lo sport di squadra insegna a collaborare perché nessuno può vincere da solo. I più ottimisti sostengono che si può anche imparare il rispetto per le regole e per gli avversari: per esempio, nel rugby c’è il “terzo tempo”, un
incontro conviviale tra giocatori e tifosi delle opposte squadre a fine partita. Forse perché
in uno sport dove il contatto fisico è così esplicito, il disprezzo delle regole e il tentativo di
ingannare l’arbitro sono duramente puniti; o perché uomini per definizione grandi e grossi
sono meno tenuti a dimostrare di continuo la loro forza e il loro valore».

L’altra scuola di pensiero sostiene che l’unica cosa che conta nello sport come nella vita è
vincere. «Questo modo di pensare è fondamentale nella nostra cultura: la figura del
perdente è apprezzabile solo se per qualche miracolo si trasforma in un vincente. E nel
calcio è di gran lunga prevalente», sottolinea Grigoletto.

«Conta solo vincere, in qualsiasi modo e anche quando giocano i ragazzi. Nell’immaginario collettivo il calcio è uno dei pochissimi modi che rendono possibile emergere nel nostro mondo così bloccato, una
strada che permette ai ragazzi di borgata di accedere al mondo dei vip, delle persone
importanti. Sono note le storie di chi ce l’ha fatta. Ma negli studi degli psicologi approdano
le storie di chi non è riuscito a vincere, e per anni si porta dietro la delusione della propria
inadeguatezza».

Vincere una partita, soprattutto nel calcio dei ragazzi, è un piccolo passo
su questa strada dorata. «Perché meravigliarsi dunque se l’impatto emotivo è così forte,

tanto da tradursi in contumelie e minacce? C’è poi un altro fattore: la relazione tra genitori
e figli è sempre molto complicata. Vorremmo che nostro padre ci apprezzasse, ma non
succede quasi mai; vorremmo che nostro figlio fosse il migliore, ma spesso ci delude.
Durante la partita speranza e delusione possono esplodere senza ritegno: un mio paziente
mi spiegava quanto fosse spaventato dalla rabbia e dal tifo esasperato di suo padre
durante la partita all’oratorio e quanto temesse il momento successivo, dedicato all’esame
dei suoi numerosi errori. Lasciò il calcio, ma non fu semplice per lui ricostruire una
adeguata stima di sé».

Dobbiamo quindi spingere i nostri figli a lasciare il mondo del
calcio? «Solo se il divertimento è troppo offuscato da altri fattori. Lo sport può diventare un
elemento importante nella costruzione della personalità. Ma non è questa la cosa
importante: soprattutto occorre insegnare ai nostri figli che ci sono dei modi per stare bene
con se stessi che non coincidono col paradigma del vincente. Ma questo è il lavoro di una
vita, che va ben oltre il gioco del calcio».

 


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