Storia: l’unico ponte sullo stretto fu costruito dai romani nel 251 a.C.

di Anselmo La Manna – Claudio D’Angelo

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Mentre da oltre settant’anni (considerando solo l’epoca moderna) si discute circa l’utilità, la fattibilità, la convenienza economica e la sicurezza statica di un eventuale ponte sullo Stretto di Messina, più di ventidue secoli fa i romani, ai tempi della Repubblica, realizzarono il primo e finora unico collegamento “stabile” fra la Sicilia e la Calabria. Così risulta, dando credito agli storici greci e romani che nei secoli seguenti descrissero nel dettaglio la struttura e le relative vicende.

Storia o leggenda? Chissà…

Le fonti storiche più complete ci arrivano dal geografo e storico greco Strabone (63 a.C. – 23 d.C.) e dallo scrittore e storico Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.). In particolare quest’ultimo, nella “Naturalis Historia” (Liber VIII, 6), narra che nel luglio 251 a.C. il console Lucio Cecilio Metello, durante la prima guerra punica, dopo aver sconfitto nella seconda Battaglia di Palermo il comandante cartaginese Asdrubale (giunto in Sicilia dall’Africa in soccorso di Annibale), ordinò la costruzione del ponte, per permettere il trasporto da Messina (Messina) a Regium Julium (Reggio Calabria) dei circa 140 elefanti da guerra appena catturati ai cartaginesi.

L’idea del ponte di legno galleggiante, relativamente semplice e ingegnosa, non era del tutto nuova, essendo già stata utilizzata da Assiri, Persiani e Greci dell’epoca classica per collegare le sponde di fiumi durante le guerre. I romani ne perfezionarono la tecnica costruttiva e le varianti, utilizzando queste strutture in varie occasioni.

Tecnicamente il “ponte” sullo Stretto di Messina era una passerella galleggiante, costituita da centinaia di botti vuote legate a due a due, disposte in modo tale che non potessero toccarsi o urtarsi, intervallate modularmente da barche e sovrastate da traverse di legno, in modo da formare un impalcato, un piano di calpestio regolare su cui fu steso uno strato di terra.

Ai lati della passerella furono disposti dei grandi e robusti parapetti di legno, allo scopo di rinforzare la struttura e di evitare la caduta in mare degli elefanti e dei carri durante le operazioni di attraversamento.

Questa struttura “modulare” era capace di fluttuare leggermente, sia verticalmente che orizzontalmente, adattandosi e resistendo così alla corrente dello Stretto, alle raffiche di vento e alle maree. Essendo il ponte “continuo” e galleggiante a pelo sul mare, impediva il transito delle navi nello Stretto, ma portava dei vantaggi consistenti: il transito veloce di truppe, persone, carri e merci fra le due sponde.

Secondo i racconti, una volta sconfitti i cartaginesi in Sicilia e trasportati gli elefanti sulla sponda calabrese, il ponte galleggiante fu lasciato lì, senza però curarne la necessaria manutenzione, consentendo in tal modo agli abitanti delle due sponde dello Stretto di spostarsi, entrare in contatto e scambiare merci in modo molto semplice e rapido.

Il ponte resistette per diversi mesi alle intemperie e ai forti venti dello Stretto, prima di venir spazzato via dalla forza del mare, separando nuovamente la Sicilia dalla penisola italica per i successivi due millenni, in attesa di un nuovo collegamento che, chissà, un giorno tornerà a unire le due sponde. O è una leggenda anche questa?


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