Termini Imerese, la via Napolitì e il Carnevale

a cura di Nando Cimino

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Quella che vedete in foto è la prima planimetria che gli uffici comunali disegnarono quando sul finire dell’ottocento, nacque il nuovo quartiere di fuori Porta Palermo.
 
Ben vi si nota nell’elenco delle vie anche quella chiamata Napolitì; strada il cui nome fa riferimento ad una famiglia che, per come riportano i documenti, in quel posto e già nel settecento, possedeva vasti appezzamenti di terreno.
 
Era una famiglia parecchio larga, e tra di loro c’erano allevatori, ma pure vignaiuoli. In realtà sappiamo per certo che il loro vero cognome era Giuffrè; Napolitì era infatti la cosiddetta ‘nciuria che a quei tempi identificava una famiglia ancor meglio che il nome stesso.
 
Ma perchè proprio Napolitì? Si è sempre ipotizzato, ma questo è un pensiero tramandato a voce, che il nome fosse dovuto al fatto che in origine potessero provenire da Napoli; ma anche se è un racconto che io stesso ho in qualche occasione riportato, su questo non ci metterei le mani sul fuoco. Altrettanto faccio però con chi ipotizza che l’appellativo possa derivare invece da Nea-polis ovvero “nuova città”; volendo con ciò riferirsi al fatto che loro, e non si capisce perché solo loro, si fossero stabiliti proprio in quel nuovo quartiere.
 
Infatti la presenza dei Giuffrè Napolitì in quella zona, anticamente di campagna, è documentata da almeno un secolo prima. Ma al di la di tutto c’è da chiedersi, cosa ha a che fare il carnevale di Termini con questa famiglia? Ebbene si racconta che proprio agli inizi dell’ottocento, quando ancora il quartiere non esisteva, in quelle campagne e proprio ad opera dei Napolitì, a carnevale venisse organizzata una bella festa al culmine della quale, dopo aver letto delle rime satiriche, veniva bruciato un fantoccio di paglia e pezze. Una festa quindi che, in qualche suo aspetto, si riaggancia anche a quella attuale.
 
Dobbiamo crederci o è solo una “leggenda” paesana? Io, se devo esser sincero, ho sempre alimentato questa storia; esponendomi spesso alle critiche di qualcuno che la pensava diversamente. Per far ciò non ho cercato documenti che magari prima o poi salteranno fuori; ma mi sono prodotto in un ragionamento che è basato sulla logica e non certo sulla fantasia. La storiella dei Napolitì, tramandata a voce, personalmente la sento raccontare da oltre cinquanta anni; ne parlavano infatti i vari Puleo, La Rocca, Casamento, e non ultimo anche il prof. Franco Amodeo.
 
Ma, e su questo vi invito a ragionare, la reale e documentata esistenza di una famiglia termitana che aveva quel nome, è saltata fuori solo una decina di anni fa; e questo grazie alle ricerche condotte prima dal professore Antonio Contino e successivamente anche dal sottoscritto.
 
Quindi, cinquanta e passa anni prima, nessuno ne era a conoscenza; e dunque ne parlava solo per sentito dire. E allora mi chiedo: “Quale altro motivo avrebbero avuto i nostri antenati di parlare di quella famiglia di cui nulla sapevano, associandola solo al carnevale di Termini” ?


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