Termini Imerese: “I Cavaddazzi” perché si chiama cosi?

A cura di Nando Cimino

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Tanti di voi, dopo aver letto il post in cui si parlava della costruzione del carcere, mi hanno chiesto del perché in origine questo luogo di detenzione fu chiamato dei “Cavaddazzi”.
 
Specifichiamo che li ci troviamo nei pressi di una contrada denominata Garita; e allora perché la denominazione di “cavaddazzi”? Partiamo da Palermo dove, anche li, esisteva una via chiamata Cavallacci; della quale, a tal proposito, in un antico testo dal titolo “Dizionario delle strade di Palermo” vi è scritto: “…la via venne così chiamata dal popolo perchè in essa era solito seppellirsi i cavalli già morti….”
 
Ed è questa tesi comune a tutti i ricercatori; infatti anche Vincenzo Mortillaro nel suo dizionario siciliano-italiano, pubblicato nel 1838, a proposito di questi luoghi chiamati “cavaddazzi” spiegava che:
“….chiamiamo il luogo ove trasportansi e si scorticano gli animali morti della specie cavallina, molto rimoto dalla città.
 
E qui l’autore entra ancor più nel merito; specificando pure che questi luoghi si trovavano in posti remoti, ovvero quasi nascosti, della città. Infatti non doveva esser luogo bello a vedersi; poiché i cavalli morti venivano spesso anche scorticati per prenderne la pelle. Ed in effetti anche a Termini, prima che venisse costruita la odierna strada Consolare Valeria e le tante abitazioni che adesso vi sorgono, quello dei cavaddazzi era un posto malsano ed abbandonato.
 
Peraltro si trovava in luogo isolato ma facilmente raggiungibile; ovvero poco fuori le vecchie mura dell’abitato laddove, ancor fin nei primi anni del novecento, si arrivava passando attraverso l’ultima porta che venne aperta in città ovvero quella detta dei Cappuccini o proprio Porta Cavaddazzi.
 
Io abitavo ed ancora abito in quella zona; e ben ricordo di averla sentita chiamare così da taluni anziani e di avervi personalmente visto, e questo fin negli anni sessanta, qualche carcassa di cavallo morto. In quel posto infatti, tra vecchi alberi abbandonati di ulivi e mandole c’era uno spiazzo che chiamavamo “u campiceddu” dove, insieme ad altri amici, andavo a giocare a pallone.
 
Mi si raccontava pure che fin nei primi anni del dopoguerra, ogni tanto arrivava a Termini, non so dirvi se da Palermo a da Bagheria, un tale che tutti chiamavano “u piddaru” e che girava con un furgoncino per comprare pelli.


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