Termini Imerese: com’era una volta la festa di Ognissanti

A CURA DI NANDO CIMINO

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Quella di Ognissanti è una festa antica e dalla storia per certi versi confusa. Io mi rifaccio a quanto asseriva il noto antropologo James Frazer il quale sosteneva che in tempi antichi, e prima di diventare festa di precetto, tale ricorrenza esistesse già in Inghilterra, quando ad abitarvi erano i Celti.

Lo studioso ipotizzò che questa data fosse stata scelta per creare una continuità con il Samain; festa pagana durante la quale, secondo antiche credenze, i morti ritornavano nei luoghi dove avevano trascorso la loro vita. Ma parliamo invece della Sicilia ed in particolare di Termini Imerese; per vedere come venisse qui vissuta questa ricorrenza che precedeva il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. In ogni casa si allestivano gli altarini dove venivano sistemate le foto dei propri morti; e davanti, insieme ad immagini di santi, si mettevano i “stiarini” che sarebbero rimaste accese fino alla conclusione dell’ottavario. Ricordo personalmente di una pia donna che alla chiesa della Gancia, popolarmente denominata “a chesa ri morti”, per tale occasione distribuiva santini con su scritta anche una preghiera dedicata ai defunti.

La sera di Ognissanti, ai bambini si raccomandava di andare a letto presto e di dormire profondamente; quella notte infatti sarebbero passati i morti a lasciar doni. La mattina della festa si andava in chiesa per assistere alla funzione religiosa; compito questo che era demandato essenzialmente alle donne. “Vacci tu ca vali puru pi mia”, dicevano spesso i mariti alle mogli. E questo non per fare ironia o perché avessero poca voglia di andare in chiesa; ma perché nella nostra città, che fin negli anni cinquanta del novecento viveva essenzialmente di agricoltura, quelle erano giornate intense in cui i viddani raccoglievano le olive.

Nei campi quindi si lavorava anche la domenica e per le feste. Ci si concedeva qualche ora di riposo giusto il pomeriggio del due novembre, per recarsi a Giancaniglia a deporre fiori e pregare sulla tomba dei propri cari. E proprio fra le tante famiglie contadine era anche usanza che, giusto la sera di Ognissanti, si accendesse per la prima volta il braciere.

Era come un rito; ma era anche una necessità. In quegli anni infatti, a novembre le giornate erano già fredde. E ricordo di come fosse suggestivo sentire per le strade dei quartieri popolari, l’odore acre del fumo che si mischiava con quello di ogghiu novu; e vedere tante donne davanti alla porta affaccendate con legna e ginìsi. In casa poi, dopo un frugale pasto, ci si riuniva tutti intorno a conca, che già emanava il suo tepore; e per l’occasione si recitava il Rosario in ricordo di tutti i Santi, ma anche dei familiari defunti. Per i bambini iniziava la lunga notte dell’attesa. E l’indomani tutti in strada a chiedere: “Chi ti purtaru i morti”?


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