La storia della Cappella Palatina di Palermo e la sua architettura nella prospettiva teologica




 

La Storia della Cappella Palatina di Palermo è molto complessa ma nello stesso tempo semplice nella sua descrizione, infatti la stessa non è altro che un intreccio di stili che si indentificano nello specifico con lo stile definito Arabo – Normanno, ma nell’aspetto puramente decorativo osserverà quella indiscussa esecuzione della costruzione della bellezza che solamente i mosaici bizantini sanno descrivere.

Nei fatti nella sua architettura riprende lo stile cella cattedrale di Santa Sophìa di Costantinopoli, ma in quanto a funzionalità restava fedele alla dottrina cattolica della chiesa d’occidente. Infatti la sua realizzazione fu eseguita all’ interno del palazzo reale dei normanni, dove questa cappella di uso privato, eretta al proprio interno, sorge sopra la precedente chiesetta della Madonna delle Grazie, ad oggi visitabile come antico luogo di culto in età paleocristiana. Ruggero II in qualità di Re di Sicilia nel 1139 circa, iniziò i lavori di costruzione ed abbellimento interno utilizzando i materiali circostanti, una fabbrica locale e vicino al palazzo reale, e poi  visto la grande manovalanza di tutti e tre i gruppi culturali che abitavano l’isola e cioè, i greci, gli arabi  ed alla fine i normanni che provenivano dal nord e dal centro sud dell’Italia, che al momento grazie agli Altavilla avevano occupato ed iniziato un periodo rigoglioso e ricco, che porterà l’isola ad essere considerata come il centro propulsore di tutto il mediterraneo. Nei fatti nella vicina Palermo sorgevano ogni tipo di cave per l’estrazione della pietra, e poi abili nella lavorazione dei marmi e del legno grazie alla manovalanza locale del nord Africa che offriva una grandissima professionalità anche nella decorazione degli ambienti. Infatti dobbiamo sottolineare che essendo Ruggero II un nuovo monarca esigente che voleva elevarsi alla gloria di Costantino, ecco perché, per tutto il suo regno ci sarà come esempio portante anche un’altra chiesa sorta prima della Palatina, e cioè La Chiesa dell’Ammiraglio, anche conosciuta con il nome della ‘’Martorana’’, luogo d’incoronazione dello stesso Ruggero, che come lo stesso lascerà da  testimonianza, dirà nelle memorie storiche che lo stesso Gesù Cristo ha incoronato il suo capo a  Re della  Sicilia. Per comprendere la Cappella Palatina non si può non creare un’intreccio con la sopra citata chiesa dell’Ammiraglio di Palermo, il Duomo di Monreale ed infine la Cattedrale di Cefalù. Tutte queste chiese nascono grazie all’unificazione degli stili, che grazie al nuovo sovrano vivono un periodo di abbondanza e di prosperità, nasce proprio così la Cappella Palatina, con al suo interno ben quattro Cristi Pantocratori rivelati e non (il Cristo rivelato tiene aperto il testo biblico, mentre il Cristo non rivelato tiene il libro chiuso, da vedere le immagini che seguiranno), ma sempre nell’atto di benedire come in uso nella rappresentazione della liturgia e nella spiritualità ortodossa presa come grande riferimento in un nuovo processo che vede nel nuovo Re un emissario per il popolo grazie al suo mandato divino.

Tecnicamente la struttura architettonica della Cappella Palatina introduce grazie ai normanni il pennacchio sferico, con questo sistema di cupola viene risolto il passaggio dalla pianta quadrata a quella circolare mediante e grazie ai pennacchi sferici, ecco il sistema costruttivo che vedremo in seguito, adottata nell’ architettura rinascimentale.

Pennacchio Sferico, figura descrittiva per la realizzazione dell’interno della Palatina.

 Per spiegare e rendere più fruibile il discorso, lo studio della struttura della cupola ci aiuterà in seguito per individuare i mosaici che raffigurano i tre Pantocratori nella parte a croce greca dove viene indentificato il santuario, per definire meglio la loro realizzazione grazie all’uso dei bravi mosaicisti che all’inizio provenivano dalla città lagunare di Venezia, e che adottavano una grande abilità nello studio l’assemblagio dei mosaici della Cattedrale di San Marco. Quindi ricapitolando, nel territorio di Palemo ad oggi si trovano tre importantissimi luoghi di culto aperti al pubblico, e poi una Cappella anch’essa aperta al pubblico, ma che ai tempi serviva solamente al sovrano per uso privato, la stessa che vanta come abbiamo detto prima la ralizzazione di quattro figure che immortalano il Cristo Pantocratore in simbiosi con gli altri mosaici del suo interno, che danno vita ad una narrazione dell’evangelo,  del nuovo e del vecchio testamento, queste le scene che ricevono la luce dall’esterno grazie alle monofore, per rispecchiarsi nei materiali vitrei e di foglia oro che compongono nella sua qualità indiscussa i mosaici dell’intera cappella di Palermo. Nei fatti tutto questo nasceva sempre in una chiesa a pianta centrale dove questi accorgimenti erano fondamendali ed hanno contribuito alla sua realizzazine.

Dobbiamo sottolineare che la Palatina aveva una struttura molto pesante, come se dovesse essere utilizzata per scopi difensivi, ed è proprio questi accorgimenti architettonici che hanno dato la possibilità della piena realizzazione strutturale della Cappella stessa, dove in seguito tutto questo apparato di mattoni sovrapposti veniva rivestito dai mosaici che la rivestivano e la rendevano leggera all’osservatore che vi entrava al proprio interno. Quindi la struttura della Cappella o possiamo definirlo come un Santuario, questa  dedicata agli Apostoli Pietro e Paolo, dove ad essi sono state erette il numero di due piccole cappelle negli absidi laterali, ed un ciclo di narrazione presi dai brani del nuovo testamento, ecco che possiamo definirla come l’intreccio di due piante architettoniche, quella romanica, e quella greca a pianta centrale: lo stile della croce greca e quella romana danno vita alla Cappella Palatina di Palermo come un unico complesso architettonico di straordinaria fattura nell’impianto di costruzione e nell’utilizzo dei materiali.  Nei fatti da questa immagine possiamo osservare la cupola come il punto più alto del Santuario palermitano, e poi il tetto a capriate, che definiscono l’aspetto interno, ma non visibile esternamente come nell’inclinazione spiovente, dato che l’intera struttura è stata realizzata all’interno del Palazzo Reale, anche la cupola sul coro è stata oggetto di altre innovazioni strutturali nel passato, e ad oggi non è più visibile dall’alto.

Questo perché le varie dominazioni hanno aggiunto innumerevoli  interventi di restauro che nei secoli vedevano artisti transitare nel capoluogo palermitano, che nelle fasi di restauro aggiungevano dei particolari che mettevano in evidenza l’epoca di un periodo storico di appartenenza, che va dalla casata degli Altavilla fino all’ultima casata regnante del meridione che vedeva nei Borboni il commissariamento e la realizzazione  del mosaico più recente della facciata esterna che riprende le gesta del Re Davide contro gli usurpatori del proprio trono, e la riconquista di esso, ed altri accorgimenti fino al presente, che  vede protagonista la Palatina come un eredità da custodire, come patrimonio dell’ Unesco. Un esempio lo troviamo in questo mosaico nella parte del Diaconico, nella parete est, in alto e vicino ad una monofora che illumina lo spazio al suo interno. Si può notare in questo fotogramma un particolare che riassume tutto quello che abbiamo sopra citato: in fondo alle immagini delle donne si vede la cupola della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, costruita a Firenze nel 1296 e terminata nel 1471. Questo perché il mosaico è stato ricostruito e restaurato con l’aggiunta di altri ammodernamenti che segnano la firma dell’artista con il luogo della sua provenienza.

Si può leggere da questa immagine molto attentamente quello che abbiamo detto prima, con il fatto che il Santuario nasce su un precedente luogo di culto, ma soprattutto come la parete della controfacciata, nella parte interna, all’ingresso di questa, e con a parte del Presbiterio, siano sullo stesso piano nei confronti della ‘’Navata’’ centrale e quelle delle due ‘’Navatelle’’ laterali. Questo perché il Sovrano utilizzava la Cappella per uso privato, essendo parte del palazzo reale, ed essendo un monarca che aveva ricevuto dal Papa pieni poteri di nominare Vescovi o di rappresentare la chiesa nel nuovo territorio del Regno di Sicilia. Lo stesso Ruggero sedeva sul trono della controfacciata per assistere alla funzione liturgica che si svolgeva sullo stesso piano. Infatti il numero dei gradini della sala del trono e quella del presbiterio circondata da archi che delimitano il luogo sacro dell’altare, è di un numero uguale di cinque gradini, e poi chi assisteva nel luogo delle navate laterali e centrale ricopriva una posizione inferiore al sovrano nell’assistere alla funzione liturgica.

Il Santuario misura 33mt. di lunghezza per 11mt. di larghezza, e quindi si assiste ad uno spazio molto piccolo ma ben illuminato e decorato. Come abbiamo detto prima la Cappella Palatina presenta al proprio interno il numero di quattro Cristi Pantocratori rivelati e benedicenti, poiché la stessa viene intesa come un luogo di fede dove Gesù Cristo è presente ed è visibile a tutti coloro che abbandoneranno i loro talenti che non portano alcun frutto, e che generano il peccato. Questo è uno degli argomenti fondamentali per tutti coloro che visitano questo spazio sacro ed è rintracciabile nei mosaici che raffigurano tutti i Santi e Precursori che hanno reso grande la storia della chiesa. In questa immagine possiamo vedere in alto in posizione centrale il Santo Precursore Giovanni il Battista, sito sul tamburo della Cupola del Coro che in questa descrizione utilizzeremo come uno dei più significativi messaggi dell’evangelo che accompagneranno tutte le altre immagini della chiesa, e che all’unisono con quelli della creazione, e del Cristo Rivelato e non, donando il significato più sensibile e visibile per la lettura di questo luogo aperto alla celebrazione eucaristica  dove regna l’evangelo in chiave visiva, l’immagine del Santo nella sua interezza sarà visibile durante la lettura di questo breve elaborato.

Quindi dobbiamo mettere in evidenza,  ricordando che con Ruggero II, abbiamo la commissione della crociera, della cupola, e degli absidi, l’aspetto iconografico  fu creato su commissione dello stesso monarca grazie all’influenza della cultura greca che abitava l’isola,  con lo stile bizantino è stato realizzato il  tratto costituito dalla parte della curva absidale dal catino in giù, e ad un secondo tempo  le figure dei Santi della parte non curva e più bassa del presbiterio, mentre ad un momento ancora successivo si riporterebbero le figure dei Santi delle parti più alte, ed infine, ad un momento ancora successivo le figure della crociera: per l’iconografia dei mosaici della curva absidale si nota che ciascuna delle figure occupa un posto nel complicato sistema decorativo che starebbe a rappresentare l’unione eterna di Cristo, capo della chiesa celeste, con la Vergine Maria, personificazione della chiesa terrena, nonché con gli Apostoli e i Santi che ne sono i pilastri di sostegno, e ad esprimere, altresì, oltre all’idea dell’indivisibile dell’unità della chiesa, uno dei più importanti dogmi della religione cristiana, e cioè quello dell’eucaristia. La Cupola è lo specchio del cielo, costituita generalmente da una base a sezione quadrata e sormontata da una struttura emisferica, come la figura vista sopra. I mosaici del Santuario ed è giusto ricordarlo, si dividono in tre gruppi: quelli della Cupola, quelli delle tre Absidi ed infine quelli del Transetto. Si sottolinea il tutto come la seconda venuta di Cristo ‘’parusìa = visita ufficiale’’, anche detta secondo avvento, la credenza della manifestazione, dove grazie a questo ‘’oculus’’, il cielo si apre  sulla terra, l’uomo ha un’ accesso al firmamento celeste: un lungo cammino che l’uomo, in un forte desiderio, compie per unirsi al cielo, appunto un luogo del firmamento celeste da cui proviene la luce intesa come  la sorgente della vita, nell’ imago mundi, ‘’òmphalos’’, centro cosmico ordinatore, luogo di incontro tra Dio e l’uomo; questa rappresenta l’aspirazione umana ad aprirsi all’immensità del cielo, una immagine spaziale privilegiata dell’abbraccio luminoso tra Dio e l’uomo, non a caso il cielo stellato è rappresentato nella calotta della cupola dei primi battisteri cristiani, ad indicare come il neofita passa dalla morte alla vita. Un simbolo cosmico, da cui scende e si diffonde la luce, immagine stessa di un Dio che abbraccia le sue creature e tutto la sua creazione. Nella calotta interna della Cupola sta il Pantocratore, figura descritta prima in maniera più approfondita, tra quattro Arcangeli e quattro Angeli, nel Tamburo con le quattro finte finestre, stanno le quattro figure intere di Profeti e Precursori (Davide, Salomone, Zaccaria, e Giovanni Battista), con pergamene contenenti le profezie. La decorazione dell’area centrale sembra quella di un tempio greco che comprende di regola due elementi fondamentali: un ciclo cristologico ed una gerarchia di Santi. Così si scendeva dalla sfera celeste del Pantocratore alla terra, teatro della vita incarnata e sfera d’azione dei suoi Santi e Martiri. Questi elementi costituiscono il soggetto decorativo iconografico nell’area centrale del Santuario della Palatina, area che comprende, oltre allo spazio quadrato al di sotto della cupola, anche le ali laterali. Questi elementi costituiscono il soggetto decorativo iconografico nell’area centrale del Santuario della Palatina, area che comprende, oltre allo spazio quadrato al di sotto della cupola, anche le ali laterali. La gerarchia dei Santi è abbreviata in file di Martiri che stanno in medaglioni e negli intradossi degli archi sorreggenti la cupola, ma continuano sia negli archi settentrionali che meridionali dove sono rappresentati i Profeti del Vecchio e Nuovo Testamento, e sono una continuazione di quelli esistenti nella cupola. Il ciclo continua con Santi Vescovi e tre Sante che hanno reso grande il servizio alla Chiesa di Cristo in puro tema appartenente alle chiese greche. Si può discutere sull’ampio potere visivo che dava luogo ad una comunicazione dal punto di vista normanno come i difensori della Chiesa, ma anche come apertura ad altre religioni che all’unisono, in un periodo di tollerabilità procedevano insieme per l’esaltazione della bellezza, secondo una chiave di lettura estetica della ricerca del sublime, inteso come spazio sacro aperto all’adorazione, si vede la partecipazione di un’ elevazione dello spirito per l’adorazione di Cristo Gesù in tutto il suo splendore. Nella considerazione di questa opera d’arte che racchiude lo splendore di questo immenso patrimonio visivo, possiamo leggere la parola per rivederla nelle pagine di colore oro che illuminano il nostro sguardo, un modo soprattutto attuale di arricchisce la nostra anima verso l’assoluto amore che ci lega alla trinità rappresentata nella Cappella stessa: le immagini che prendono forma grazie alle fede, per vivere la parola all’interno dello spazio liturgico e nella comunione con Dio Padre l’onnipotente. Andando avanti nel nostro elaborato, il nostro interesse si riflette nella descrizione del Cristo Pantocratore che raffigura Gesù in gloria, tipica rappresentazione dell’arte bizantina e in genere nell’arte paleocristiana e anche medievale. Si vuole aggiungere che la Cappella Palatina in tutto il suo splendore fatta di mosaici, presenta al suo interno il numero di tre Cristo Pantocratore nella parte orientale ed uno seduto in trono nella parte occidentale della chiesa,  da quello dell’abside centrale, si  procedere a quello della parete orientale del Diaconico, parete est, che tiene il libro aperto, dove si possono rintracciare al proprio interno le due scritte in latino ed in greco che danno un valore descrittivo maggiore al valore dell’opera stessa, e poi quello della parete occidentale con il Cristo seduto in trono. Ogni opera bizantina non ha bisogno di altri riferimenti, è puramente autonoma da ogni opera che vive nelle vicinanze della stessa e quindi indipendenti tra loro nella narrazione. Al suo interno troviamo i caratteri semplici di una ricerca spirituale, dove l’artista o gli artisti lavorano come se fossero tenuti dalle mani dello stesso Dio per dar luogo all’esecuzione dell’opera che racconta la bellezza della rivelazione celeste sulla terra. Infatti la scelta stilistica dell’impostazione dei simboli o dei corpi è sempre sottomessa al canone dell’obbedienza, che tale esecuzione tecnica del mosaicista è soggetta per il grande rispetto della regola artistica, imposta dalla ricerca dello spirituale su questa terra. Si parla di una vera è propria dottrina dell’arte che trova le radici nel mondo trascendentale, e poi si pone al lettore secondo un modo di vedere, dove lo stesso Dio dona all’umanità lo splendore della creazione, allontanandosi così, dalla corruzione di questo mondo, come la stessa immagine del Giovanni Battista ci comunicava. I mosaici del santuario sono disposti lungo tutta la superficie della chiesa, li troviamo all’interno della Cupola sul Coro, dove il Pantocratore è tra gli arcangeli: il cielo è il mio trono, la terra sgabello ai miei piedi, così c’è scritto in greco nella fascia circolare nella calotta della Palatina. L’immagine sovrasta quelli dei quattro Arcangeli, Raffaele, Michele, Gabriele, e Uriele, tutte le figure sono in posizione frontale con i làbari e i globi crocesignati ed i quattro Angeli del Signore con le teste reclinate in adorazione. Dove le figure degli Arcangeli e Angeli formano una ghirlanda attorno alla sovrana immagine dell’onnipotente Signore nella sua fulgida gloria. Il Pantocratore della parete Est è una costruzione armonica che rispetta i canoni del colore, della luce e dello spazio, dove il personaggio vive di un’astrazione simbolica dei contenuti. Un Cristo in atteggiamento maestoso e severo, ma calmo e tranquillo, nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra, secondo l’uso poi rimasto nella chiesa ortodossa, mentre nell’altra mano tiene il Vangelo che vediamo aperto sulle parole salvifiche ‘’IO  SONO LA LUCE DEL MONDO‘’. Questa è un’ immagine di Dio in Gloria, l’origine, giudice finale di tutte le cose create, raffigurato spesso nei ricchi mosaici dorati che decorano tutta la Cappella Palatina di Palermo. Un Cristo visibile con una grande forza interiore, dove ’’l’ALFA  e l’OMEGA’’, l’inizio e la fine di tutto, stanno a testimoniare la sua maestà, nell’onorarci dei suoi insegnamenti con le buone virtù della  sapienza, della saggezza, che puniscono ogni vanità della carne, ma anche a sottolineare che ogni cosa lontana dalla visione celeste portano alla corruzione, in  abominio agli occhi dell’eterno. Cristo come una visione di una folgore che parte da oriente e si manifesta fino a occidente, raccontato in un passo di Matteo 24;27, una descrizione biblica della visione del Pantocratore che esiste e vive,  che trova la propria incorruttibilità nella scelta dei materiali che risaltano la luce, questi materiali ritenuti incorruttibili e duraturi nel tempo, ad imitazione della  parola biblica che si è fatta carne e ritorna al padre per donarci la via, la verità, la vita, in colui che ci ammaestra. Assistiamo così da vicino ad una grammatica visiva di natura teologica che non lascia nessuno scampo al generarsi di altri pensieri e parole, che riportano alla sola lettura dei testi sacri, ed alla manifestazione dello Spirito Santo che si muove e vive tra i fedeli durante la Santa Messa. Si apre in questa descrizione una continua dialettica tra luce/tenebre che sarà presente in tutta la vita di Cristo, fino alla rivelazione della Gerusalemme celeste che scende dal cielo, illuminata dalla lampada dell’agnello, descritta da Giovanni nel libro dell’Apocalisse. Il Logos incarnato, la ragione, la struttura del cosmo, sono per l’appunto gli elementi chiave per la lettura dell’opera citata, dove il nostro Gesù è generato, non creato dalla stessa sostanza del Padre che aiuta nella comprensione della realtà come risposta al mistero dell’esistenza grazie al tema della luce.

                       

La concezione della luce nella Cappella Palatina si muove all’unisono con la filosofia neoplatonica, dove la bellezza dei tre Pantocratori sono il risultato dell’incontro con Dio, poiché tutto ciò è alla base dell’estetica bizantina: ecco l’invisibile che si rende visibile all’occhio umano, per essere contemplato ed ammirato dall’intera sequenza di tutti i mosaici che rivestono interamente l’interno della Chiesa. Una visione longitudinale dove la bellezza descrive il sublime nella manifestazione del creato con la venuta stessa del Pantocratore, qui troviamo l’elevazione dell’anima e l’estasi del divino, secondo una lettura di natura filosofico – teologica, dove l’estetica fa da introduzione alla lettura dei testi sacri che per fede vengono assimilati dal credente che si pone al centro di un dialogo tra cielo e terra. Così possiamo dare una definizione chiara e lucida ma anche mistica nella lettura di questa grammatica visiva, dove vede come interlocutore in cattedra la fede nella grande architettura creata dall’uomo per descrivere l’infinito del creatore, un connubio tra chiesa e paradiso, dove per fede tutto ciò si realizza grazie all’amore del credente che segue le orme di Cristo Gesù, d’altronde all’interno della Cappella Palatina si procede per fede. Ecco come la bellezza ed il sentimento del sublime aprono le porte alla grazia ricevuta per rivelazione, dove lo Spirito Santo ci guida alla vera essenza delle cose che prendono vita tramite le azioni che descrivono il grande amore di Cristo Gesù, ma avrà la luce della vita’’, questo passo lo troviamo nel Vangelo di Giovanni 8,12-20. La scritta sotto la figura benedicente del Cristo mette in evidenza una profezia di Gioele scritta in latino, relativa al giudizio finale che mette in evidenza il significato escatologico tenuto nelle mani:  la stella genera il sole la rosa il fiore, la forma la bellezza; avviene un suono dal cielo e secondo gli scritti di Gioele,  la veemenza  del Santo Spirito riempì i discorsi, accedendo i petti dei pari discepoli, affinchè a mezzo a loro, il Verbo della vita distrugga ogni cosa superba. Infatti la profezia riguardava il giorno della Pentecoste e ciò che ne sarebbe successo agli apostoli. Dio sopporta il male più di quanto noi possiamo comprendere, ma la sua pazienza non dura in eterno. Quando Gioele annuncia il giorno del Signore è come se dicesse che la pazienza di Dio è agli sgoccioli e sta per arrivare la sua ira. Questo tema rientra nei mosaici bizantini come tema fondamentale da trattare in tutte le epoche per la lettura stessa di un lungo processo che porta all’evangelizzazione di un luogo creato da Dio ed affidato a Cristo Gesù durante il continuo transumanare dopo la cacciata dal paradiso terrestre, per rientrare nella volontà dell’Eterno Padre che tutto crea e che tutto muove alla perfezione per mezzo della parola stessa che porta l’umanità ad essere guidata nelle vie della vita, Salmo 119,105. Risale al periodo del 1150 il mosaico della grande navata della creazione della luce, questo attribuito a Guglielmo I, introduce il tema del vecchio testamento della creazione della luce, Genesi 1,2. Dio fece la luce e vide che era cosa buona per la creazione, poiché tutte le creature vengono dalla luce, questo viene sottolineato come un invito per sfuggire dalle tenebre. Infine terminiamo la lettura della Cappella Palatina con la parete di Fondo della grande navata: qui troviamo l’immenso mosaico a parete dal titolo ‘’Il Redentore in Trono tra i Santi Pietro e Paolo’’. Questo mosaico riveste la parete occidentale della Cappella dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, assegnato al periodo aragonese, eccola in tutto il suo splendore con un Gesù Cristo seduto in trono, nell’atto di benedire, con la bibbia nella mano destra, attorniato da Angeli benedicenti. Questo era il luogo dove sedeva l’imperatore durante la funzione religiosa per ammirare la maestà dello splendore dell’intera Cappella Palatina, il Cristo si pone dinanzi all’uomo secondo una visione celeste dell’amore di Dio, dove lo stesso Ruggero II sentita la sua investitura da parte del cielo, quì si poteva ammirare la natura spirituale dell’opera stessa, molto brillante e sintetica, grazie all’uso del fondo giallo oro che metteva in evidenza l’essenza divina delle cose, poiché tutte le cose provengono da Dio, perché Dio è luce. La luminosità dell’oro è infatti simbolo dell’incorruttibilità e dell’incontaminato, rappresenta la manifestazione visibile del sacro e della verità, dove l’uomo prendendo coscienza del suo essere, si trova ll’interno degli spazi della sua origine, in cui tutto trova pienezza di senso. Questo mosaico della parete occidentale apriva le tematiche delle navatelle laterali per la contemplazione e la dedicazione ai Santi di questo luogo liturgico, dove tutto era chiamato all’unità nella direzione dell’abside centrale. Una molteplicità di sorgenti luminose che si riconducevano all’unità, nella direzione  del Cristo Pantocratore della Cupola del Coro, verso la Gerusalemme Celeste, la città dell’eterno che vive e si manifesta all’osservatore in un’atmosfera metafisica, in tutto questo transumanare verso la bellezza della manifestazione della luce divina, tra parola e materiali d’utilizzo e raccoglimento dell’anima per mezzo dell’ascesa o dell’abbandono dei propri sensi, ecco che il Divino si rende presente nella nostra realtà, così da poter dichiarare apertamente che la luce emanata da oriente verso occidente, dove vede il credente spostarsi verso la Città Celeste da occidente verso oriente, proprio qui che avviene l’abbraccio tanto descritto grazie alle presenze maestose delle tre immagini di Cristo sopra descritte, dove la luce avvolge ogni cosa.                                       

Nella conclusione La cupola sul coro illumina l’altare grazie alle monofore che sono un tipo di finestre sormontata da un arco con una sola apertura solitamente stretta. Queste danno forza all’incorruttibilità dell’oro grazie all’emanazione della luce che proviene dall’esterno per dare un forte risalto al fondo che irradia la luce che si fa calare dall’alto inondando l’opacità della materia, poiché ‘’ la luce è grazia che porta al compimento la finalità dell’icona nel suo significato legato all’Epifania ed alla Teofania’’.  In conclusione con l’arte bizantina si conclude l’apoteosi della natura grazie alla creazione dove non ci può essere l’oscurità se non nelle gesta descritte dalle forme raccontate dalla bibbia che hanno agito contro la volontà di Dio, scene descritte nel nuovo testamento nelle navatelle laterali ed in quella centrale nella genesi. Grazie al fondo oro la luce investe tutte le cose, dove l’ombra sarà caratterizzata da una mancanza di luce, perché tutta la realtà è fatta di luce e noi siamo luce. Quindi come abbiamo detto prima il fine della vita è vedere la luce senza ombra, proprio perché è nell’immagine bizantina non ci può essere dramma. Tutta la struttura interna si rifà alla trasfigurazione di Cristo e descritta nelle figure che si trovano all’interno della Cappella. Infatti l’oro delle icone ci riconducono ad una condizione senza tempo dove la luce si materializza sotto forma di materia e di colore. In tutti gli angoli della chiesa si deve dissolvere nella luce, perché per l’appunto è uno spazio trasfigurato, come in una scena descritta da un mosaico al proprio interno. Tutte le sue articolazioni spaziali si deformano per smorzare gli angoli, con l’architettura che sembra poggiare sul nulla, e nell’immaginario dell’osservatore tutto sembra sospeso, come per la cupola che pare leggera come anch’essa sospesa come in uno spazio volutamente che incarna la sfera celeste dove emerge Cristo nel suo ritorno sulla terra. Questo accade grazie all’uso delle tessere posizionate in maniera ragionata per rifrangere la luce esterna ed interna, per dare la possibilità alle immagini di vivere nella loro staticità un movimento visivo illusorio. Nei fatti tutti i mosaici sembrano senza peso, sembrano posare sulla luce dato che lo spazio bizantino annuncia il nostro futuro alla fine di un cammino che ci riconduce a Dio, per l’appunto uno spazio trasfigurato che ci permette di entrare nella Gerusalemme Celeste che annuncia l’arrivo del Cristo Pantocratore come descritto dalle scritture per ricordarci che noi veniamo dalla luce per ritornare alla luce. In tutto questo dobbiamo ricordare per la seconda volta che la filosofia neoplatonica e la teologia procedono all’unisono per descrivere uno spazio di luminosità totale, un matrimonio che nasce tra l’uso delle monofore, come prima abbiamo ricordato l’oro inserito nelle tessere vitree per realizzare il mosaico.

Bibliografia

 -Testo utilizzato per lo studio delle immagini ed approfondimento dei mosaici: La Cappella Palatina  di Palermo, casa editrice Edizione D’Arte Sidera – Milano, testo del 1954 di Filippo Di Pietro, esemplare del libro n. 66.

-Testo utilizzato per lo studio della tematica della luce: La Luce Splendore del Vero; Percorsi tra arte, architettura e teologia dall’età paleocristiana al barocco, casa editrice ‘ANCORA, di Andrea Dall’Asta.

 

 

 

 

 

 

 

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