Termini Imerese: Santa Lucia e le tradizioni della festa

A CURA DI NANDO CIMINO

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“Cu mancia pani pi santa Lucia perdi la vista e nun trova la via”! Recitava così un vecchio proverbio in uso a Termini Imerese.

Ed infatti il 13 dicembre, e soprattutto tra il ceto dei contadini, come atto di devozione nei confronti della Santa si praticava il digiuno; o meglio ci si asteneva dal mangiare pane e pasta, che venivano sostituiti dalla cuccia, dal riso, o dalle panelle.

Fin nei primi anni sessanta del novecento, non erano ancora particolarmente diffuse le arancine; ed in quel giorno le panelle andavano veramente a ruba. In città c’erano diverse friggitorie; e l’amico Enzo Di Gaetano, artista del verso ma anche di panelle, mi ricorda che una delle più antiche era quella di “Ronna Mimidda”.

Il suo vero nome era Domenica Scordato; e la panelleria c’era già nel 1918 e si trovava nella parte alta della città proprio all’inizio di via Roma.

Vi lavorava anche il marito che di nome faceva Clemente; e la stessa attività venne successivamente gestita, e per tanti anni, dal ben più noto Don Nardinu.

Sempre a Termini Alta, ma stavolta nella via Giacinto Lo Faso, meglio nota come “a strata macellu” c’era invece quella di “Ronna Anna”, sorella di Mimidda; e sempre nella zona, ovvero in via Salvo, negli anni quaranta anche la friggitoria di Don Ninu Lazzara. Ma fra le più frequentate ricordo pure quella di Neli Baruni che, ad inizio della via Armando Diaz, aveva un bel casotto verde sempre affollato.

A Termini Bassa nella via dei Bagni, meglio nota come “a strata virdura”, c’era poi don Pinù Immesi; e poi “Ronna Sasà” che si trovava nella via Felice Cavallotti ovvero nelle vicinanze della antica Porta della Pescaria

Era questa la meta preferita dai numerosi pescatori che abitavano nella zona, e dai tanti frequentatori di Piazza Sant’Anna. Anche nei pressi della stazione ferroviaria c’era un’altra friggitoria; era un chiosco dove chi arrivava in città con il treno o con gli autobus aveva la possibilità di acquistare gustosissime panelle. C’erano poi alcuni ambulanti; e tra questi mi ricordo di uno che chiamavano “mastru Fulì” il quale, nonostante claudicante, aveva un passo particolarmente veloce.

Erano in strada già di buon mattino e tessevano la città vicolo per vicolo con sottobraccio un recipiente metallico di forma cilindrica, simile ad un grosso calice con coperchio, dentro il quale calde e croccanti c’erano le panelle. Ad ogni crocevia il grido era: “Panelli, panelli cauri cauri su”; od in particolare per Santa Lucia: “Un manciari panuzzu ca l’occhi c’appizzi“.

Ancora oggi le panelle termitane sono rinomate e così ne parla l’amico Mario Piraino, cultore di gastronomia locale che a tal proposito così scrive: “….Le altre panelle siciliane si realizzano spalmando la crema di ceci sul marmo o sull’acciaio con spatola metallica; si raffreddano repentinamente ed hanno un cattivo gusto. Credetemi, questo tipo di lavorazione, ne ammazza il delicato gusto e poi tali “frittelle” non hanno il bordo croccante. Per fare le panelle termitane ci vuole la forma di legno di ulivo a sagoma concava, quando viene riempita, la parte centrale della panella deve essere convessa; cosi, quando sono fredde e si sformano, la panella ha la forma lenticolare….”.

Ma nel giorno di Santa Lucia tra i vicoli e le strade, non era raro incontrare anche Costantino u varberi, sunaturi da nuvena. Era un simpatico personaggio che per tutto il periodo dell’Immacolata e fino al Natale, animava la città esibendosi con il suo violino.

Egli accompagnandosi con il suo strumento così cantilenava: “Va susitivi che tardu, va manciativi a cuccia, e si a mmia un mi nni rati, iò vi rumpu tutti i pignati”; appresso seguiva un codazzo di bambini che ad ogni sua strofa, scimmiottando il suono di quel suo vecchio violino, aggiungevano in coro…”Zucutu zucutu, zucutu zzù”!

Intanto già di buon mattino la chiesetta dove si venerava la santa si animava. Tutti portavano ceri e prummisioni per grazia ricevuta; e partecipavano alle messe che Padre Gnazzinu Candioto celebrava dall’alba al tramonto. Poi per mitigare il freddo della sera, quando gli uomini facevano ritorno dalle campagne, ci si riuniva tutti a tavola; e dopo la rituale preghiera alla Santa si mangiava un bel piatto di cuccia calda. Ancor più che le panelle, la cuccia era la pietanza tipica di quel giorno.

La si preparava già alle prime ore del mattino facendo cuocere il grano precedentemente messo a bagno, e che poi veniva condito con olio d’oliva e sale. Altre ricette ne prevedevano anche una versione dolce, particolarmente gradita ai più piccoli, che veniva fatta con l’aggiunta di crema di latte ed una spolverata di cannella; ma la si faceva anche con la ricotta. Poi al calar della sera ci si ritrovava tutti seduti intorno al braciere che emanava il suo tiepido calore e riscaldava i cuori. Si sa anche le tradizioni si evolvono con il mutare dei tempi; sono sempre meno numerosi quelli che mangiano le panelle ed ancor meno la cuccia.

Oggi la incontrastata regina del “digiuno” di Santa Lucia è l’arancina; a Termini Imerese se ne producono veramente di squisite, al punto che possiamo ormai considerarla come una vera specialità cittadina. Scomparso anche il braciere, sostituito dai termosifoni, che sicuramente emanano più calore ma nessuna poesia!


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