Inclusione significa fare sentire il disabile come parte integrante ed attiva della società, non a parole ma con i fatti. Molte volte sono le parole di famiglie che vivono realtà poco facili e che vorrebbero più attenzioni. Più umanità.  

Inclusione infatti significa fare incontrare in armonia il mondo della disabilità con quello dei così detti normodotati invece la tendenza è sempre quella di spingere i disabili verso altri disabili creando dei ghetti della disabilità e questo non significa includere. 

Le famiglie di queste persone chiedono più considerazione da parte delle istituzioni spesso assenti o superficiali verso tale argomento.

È una sofferenza che si aggiunge il vedere possibilità che spesso non sono appaganti, che già costruiscono un recinto dove per lo più resiste una latente non considerazione.  Ciò che si fa comunque, nelle linee più programmate, dove realmente c’è lavoro e dedizione, è contestualmente apprezzabile ma delle volte non del tutto sufficiente.

La disabilità è una condizione ma è un mondo dove malgrado le difficoltà, si cerca totale accettazione. E negli occhi di un ragazzo più fragile c’è una storia da essere raccontata, ascoltata per sensibilizzare sempre più le coscienze, per accogliere.

Il grazie va a chi opera anche nel silenzio in favore delle categorie dei più fragili. Ma il termine “disabilità” non è a tutti che piace. È già un creare una divisione, un porre un solco tra soggetti.  Meglio definirle persone “speciali”. Ecco perché serve tanto a loro, ed è indispensabile, l’inclusività: per essere aiutati ad andare “oltre quelle difficoltà”,con comprensione, affetto, solidarietà e tanto amore, senza avvertire “pesi della diversità”. Diventa così indispensabile aiutare costantemente a superare qualche limite, senza essere guardati “diversamente”. 

 

 

 

 

 

Vivere insieme. Vivere con rispetto, senza distacco. Vivere con armonia ed in termini d’aiuto reciproco. Così sarebbe bello. Così sarebbe una società evoluta, alla pari, civile, sensibilizzata.  Pronta ad accettare anzi, meglio, ad integrare e ad accogliere. Perché tutti sono utili all’altro, tutti hanno qualcosa da imparare reciprocamente, da poter dare.

É solidarietà quando si riceve un sorriso, quando si  tiene stretta una mano, quando si riesce a donare più di un momento felice, quando ci si prende continuamente cura di chi è accanto, di chi aspetta una piccola attenzione che può esser tutto. Ma molto spesso, ci sono solo egoismo, pregiudizi, etichette. Anziché aprirsi, molte volte ci si chiude e la gente seleziona in macro o micro gruppi creando sofferenza negli altri. Un atteggiamento che non solo si  ripercuote sulle fasce più fragili ma che si estende un pó  in maniera generalizzata a varie categorie di persone. Perché sminuire, minimizzare, sentirsi migliori, superiori, prevaricare, è a tanti che purtroppo ancora piace.

Poco si apprezza, poco si dà valore e anche alle amicizie, ai rapporti, a qualsiasi relazione che diventa presto  effimera. Molte volte si assiste all’indifferenza o alla passività, al distacco. Si spera sempre nella bontà delle persone, nell’altruismo, quello sincero, spontaneo che non deve essere scambiato con compassione perché anche quella a volte fa male. Ancora di più l’ipocrisia. Deve esserci  amore reciproco ed accettazione sincera, spontanea, realmente altruistica. Qualcosa che vada al di là e che sia nobile.  Speriamo così per il meglio.

 


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