Termini Imerese: “U crucifissu chi peri chiatti”

A cura di Nando Cimino

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Ci sono a volte degli appellativi, in questo caso dati ad una Sacra Immagine, che certamente fanno sorridere; e così come fu per un San Giuseppe definito “u cunfusu”, a Termini Imerese abbiamo pure “u Crucifissu chi peri chiatti” ! Ma andiamo con ordine.
 
Nella parte bassa della nostra città esiste ancora una antica chiesa dedicata a San Bartolomeo; chiesa costruita sul finire del 1500 e detta dei pescatori. Qui aveva infatti sede una confraternita che li rappresentava e che era intitolata al Prezioso Sangue di Cristo.
 
Confraternita che, da quel che se ne sa, vi si era costituita dopo che i pescatori, a seguito della costruzione di un nuovo approdo, avevano cambiato la loro chiesa di riferimento che prima si trovava a Termini alta; ed era quella di Sant’Andrea.
 
Non so se provenisse proprio da quella chiesa; ma qui a San Bartolomeo c’era, e c’è ancora oggi, una bellissima se pur malandata statua lignea di Gesù Crocifisso. E’ un’opera di autore ignoto ma di particolare pregio che, come mi riferisce anche l’esperto d’arte Gaetano Spicuzza, dovrebbe addirittura risalire al XIV° sec.
 
E’ una statua che ha la caratteristica di avere dei piedi dalla forma non usuale e con le dita a martello; e forse fu proprio per questo, almeno così si pensa, che alcuni pescatori incominciarono a soprannominarlo “U crucifissu chi peri chiatti”.
 
(Nelle belle foto di Corrado Chiavetta, oltre al Crocifisso si vede pure un primo piano dei suoi piedi, che evidentemente hanno attratto anche l’attenzione dell’autore)

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Vista la grande devozione che i pescatori termitani avevano nei confronti del Crocifisso, l’appellativo non intendeva certo essere offensivo; ma evidenziava questa particolarità che in effetti saltava subito alla vista. Ma c’è qualcos’altro che riguarda questa sacra immagine che, come mi conferma lo stesso Spicuzza, viene definita Chiaramontana; ed è una storia di cui venni a conoscenza tanti anni fa.
 
Questo Crocifisso a quanto pare non si trovava, almeno originariamente, ne nella chiesa di Sant’Andrea ne tantomeno, come è oggi, in quella di San Bartolomeo. Ma cerchiamo di districarci meglio in questa suggestiva narrazione partendo non da Termini bensì da Caccamo; graziosa cittadina che dista da noi solo pochi chilometri. Sappiate che quando ebbi a conoscere mia moglie che è proprio di quel paese, mi sentii definire da mia suocera”Tirminisi jureu”.
 
Ero giovane e non sapevo di questa “’nciuria”; ma mi informai e scoprii, ma ne parla anche il Navarra nel suo libro “Termini Com’era”, che a quanto pare quando a Caccamo si tenevano sacre rappresentazioni pasquali, ad interpretare il ruolo degli Ebrei venivano chiamati perlopiù i termitani. Sarà stato veramente così? Non si sa! Ma c’è invece un’altra versione, che secondo me potrebbe essere anche attinente, e che stavolta riguarda proprio il nostro Crocifisso di San Bartolomeo. Ed è una storia che ci narra del fatto che i termitani erano definiti Jurei, e quindi in qualche modo identificati come dei traditori, proprio perché avevano rubato questo Crocifisso dalla cappella del loro castello, o forse da altra chiesa, e se lo erano portati a Termini.
 
Ad ogni buon conto questo Crocifisso “chi peri chiatti”, così come quello nero dell’Annunziata di cui anche i pescatori erano devoti, era comunque ritenuto miracoloso. Ed erano tanti coloro i quali, entrando nella chiesa di San Bartolomeo che si trova nella Via Salemi Oddo, proprio su quei piedi con la pelle sollevata e sul grande chiodo che li teneva uniti, strofinavano fazzoletti che poi, implorando grazie, passavano sulle parti del corpo malate e con la speranza di poterne guarire.
 
 


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