Fotografia e natura: “Stargate Love”, online il nuovo progetto fotografico del bagherese Gianluca Sammartano

Quando la creatività, le emozioni e la natura incontrano l’arte della fotografia. “Stargate Love”: il progetto fotografico di Gianluca Sammartano che vi racconterà un amore che supera ogni limite spazio-temporale.

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Sarà un viaggio nella natura, nella spiritualità e nella creatività quello che faremo oggi. Viaggeremo attraverso la bellezza degli scatti del fotografo bagherese Gianluca Sammartano
Insieme a lui, attraverso le sue fotografie, visiteremo luoghi fisicamente lontani da noi; al tempo stesso però, faremo anche un viaggio nelle emozioni e sensazioni a noi vicine, e talvolta tangibili. 

Stargate Love” è il nuovo progetto fotografico pubblicato online lunedì 10 maggio; un viaggio che richiama mondi lontani, ma emozioni universali. Ne scopriremo i dettagli nell’intervista che segue. 
Intanto, proviamo a scoprire piano piano chi è Gianluca Sammartano,
cos’è per lui la fotografia e alcuni dei suoi progetti più interessanti.

Per me fotografare significa raccontare una storia.

L’intervista

Per chi non ti conosce, chi è Gianluca Sammartano? 

«Mi chiamo Gianluca Sammartano, ho 32 anni, originario di Palermo, ma vivo a Bagheria. Sono un antropologo, grande appassionato di musica, molto vicino alla natura e alla spiritualità, amo viaggiare e in particolar modo i paesi asiatici.
Mi sono approcciato alla fotografia quasi sicuramente quando ero molto piccolo. In famiglia nessuno ha avuto a che fare col mondo dell’arte, però sin da bambino ero già affascinato dalla macchina fotografica che aveva mio padre, la classica col rullino. Ricordo che già allora facevo delle foto sia quando eravamo in casa, che quando viaggiavamo. La utilizzavo sempre ed era una cosa abbastanza sorprendente, perché non era un giocattolo classico che avrebbe attirato un bambino. Fortunatamente me la lasciavano utilizzare e mi lasciavano scattare.
Probabilmente, a distanza di anni, mi rendo conto che è una cosa che ho sempre avuto dentro e che, con gli anni, ho scoperto essere comune a molti fotografi.
Nel mio caso vedevo quello strumento come un mezzo per fissare dei ricordi, per far sì che quei momenti non scomparissero. Un modo per attaccarsi al presente, che poi, col tempo diventerà passato.
All’epoca, parliamo del 98/99, l’unico modo per ricordare qualcosa era scattare una fotografia e svilupparla.
Sicuramente c’è qualcosa di innato in me che mi ha portato ad avvicinarmi sempre più a questo mondo. Col tempo però, la passione vera e propria è subentrata nel momento in cui mi sono iscritto all’Università.  È stato in quel periodo che ho deciso di acquistare la mia prima fotocamera, da lì si è sviluppato tutto, diventando sempre un crescendo».

Come mai proprio all’università? Cos’è successo in quel periodo? 

«La passione è esplosa durante il periodo universitario proprio perché studiando antropologia culturale, seguivo una materia che si chiama Antropologia visuale, nella quale studiavo l’antropologia da un punto di vista filmico, fotografico. Attraverso quella materia e a ciò che comportava, quindi anche uscite in giro per la Sicilia per documentare tradizioni, processioni, luoghi, ho acquistato la prima macchina fotografica.
È nato tutto da lì, perché ho capito che era lo strumento attraverso il quale riuscivo ad esprimermi al meglio. Inoltre, è stato proprio durante quel periodo che ho capito che la mia indole è quella di raccontare storie. La mia infatti, non è una fotografia che punta all’estetica, per me non è qualcosa di fondamentale, ma è una fotografia che punta alle emozioni.
Per me fotografare significa raccontare una storia. Non dico nemmeno fissare nell’eternità un concetto, perché non è nemmeno questo, ma è fissare nell’eternità una narrazione, dando un senso a ciò che vado a fotografare.
Se fossi nato negli anni 60 avrei fatto il fotoreporter per le agenzie, la mia idea è quella».

Questo tuo modo di vivere la fotografia si denota molto anche dalle tue foto e dal cambiamento che, col tempo, hai attuato nella tua pagina creando un vero e proprio racconto spontaneo…

«Considera che per me la fotografia è come la musica per i musicisti. Se ci fermiamo a riflettere ci rendiamo conto che i musicisti creano delle hit nella storia della musica, poi col tempo si rendono conto che quello che facevano non gli piaceva più. Giunti a quella consapevolezza si rendono conto che sentono il bisogno di vivere un cambiamento». 

Un cambiamento che per te è giunto in modo particolare durante il lockdown, giusto?

«Esattamente. Mentre tutto il mondo si è fermato, io ho tirato quella che metaforicamente possiamo definire una linea dritta, decisa. Ho detto a me stesso “bene, da domani dovrò fare solo ciò che mi interessa, ciò che rappresenta me stesso”. È vero, è quello che ormai faccio da un paio di anni, ma la linea retta è stata tirata con decisione lo scorso anno. 
I cambiamenti fanno bene, specie se sentiti.  È difficile farlo perché ci vuole coraggio, la paura di fondo è quella di non essere capiti, ma ti posso dire che non è importante essere compresi, quanto piuttosto è importante essere compresi da una piccola nicchia di individui. Ad oggi, ad esempio, mi interessa rivolgermi a quelle poche persone che comprendono le mie foto».

Dietro Gianluca Sammartano non c’è solo tecnica, ma ci sono soprattutto emozioni e tanta sensibilità. Le emozioni ti portano a lavorare e raccontare al meglio, riuscendo a mettere a fuoco non solo le emozioni di chi sta vivendo quel momento, ma anche le tue, raccontando effettivamente delle storie anche abbastanza importanti. 

«Questa è una cosa che devi avere dentro. Lo scorso anno, proprio ad Aprile, mi fermai ad analizzare me stesso, chi sono, cosa faccio oltre la fotografia e quali sono le passioni.
 Al termine di questa analisi mi sono chiesto quale fosse il mio mondo, rendendomi così conto che il mio mondo fosse fatto di realtà, di sensibilità, di naturalezza e semplicità.».

Come esempio di questi scatti, direi che possiamo menzionare lo shooting di coppia realizzato sul monte Catalfano, giusto? 

«Beh sì. Lo scorso anno ho fotografato un progetto con una coppia vestita con tuniche bianche, sempre a richiamare la spiritualità, lui indossava la tunica da sacerdote celtico, per poi spogliarsi entrambi e creare queste foto nudi in mezzo alla natura.
In quel lavoro è mancato un aspetto più libero e spensierato, ed è proprio l’aspetto che ho ritratto nell’ultimo lavoro realizzato sempre sullo stesso monte. Stavolta però, ho lavorato come se al posto mio ci fosse una mano invisibile. Qualcosa di semplice, ma che infondo richiama quei temi che mi stanno a cuore.

Naturalezza e semplicità che sono parte integrante delle tue fotografie. Oserei dire un fotografo a stretto contatto con la natura. Oltre questo, però, mi è rimasto in mente il bellissimo reportage che hai realizzato in Vietnam,  attraverso il quale hai raccontato effettivamente in modo quasi crudo la vita degli abitanti del luogo, raccontandola vista dagli occhi di chi arriva in quel paese per la prima volta.

«Quando sono andato in Vietnam per fotografare delle coppie di futuri sposi sapevo già, dentro di me, che avrei realizzato un reportage. Una volta giunto lì ho innanzitutto lavorato con le coppie che mi avevano ingaggiato, molto carine e ospitali. Abbiamo scattato in location molto spirituali, come i tempi buddisti e un parco. Perché comunque nella mia visione della fotografia c’è tanta spiritualità; è una cosa che mi segue ogni giorno e che fa parte totalmente della mia vita.
Per quanto riguarda il reportage che ho fatto in giro per la città, devo dire che in realtà ho pubblicato pochissime foto, rispetto a quelle fatte effettivamente, perché si tratta di una realtà molto dura per chi viene dall’occidente.
Ho visto e fotografato delle cose che spesso si vedono solo nei documentari o nei film. È stata un’esperienza forte, sotto questo punto di vista. Sono entrato nei quartieri più poveri della città da solo, con la fotocamera piccolina al collo ed ho fotografato tanto. Molte di queste foto non le pubblicherò sui social, proprio perché sento che sono delle foto molto intime.
Valuterò con il tempo se e come mostrarle, proprio perché si è trattato di un reportage libero e non commissionato da nessuno. Si tratta di un viaggio che sinceramente consiglio di fare a tutti. Si tratta di un’esperienza intensa, ma che lascia molto dentro».

Un altro progetto molto bello, che parla di amore, è quello che hai realizzato sul tema dell’amore LGBT+, fotografando due ragazze in un luogo veramente particolare, ti va di parlarmene? 

«Il lavoro più bello fatto proprio a livello LGBT+, l’ho realizzato proprio con l’intenzione di trasmettere un messaggio legato alla natura della sessualità, ed è quello fatto al labirinto di Arianna.
Ho scelto questo luogo perché è un monumento che simboleggia l’utero femminile, è una spirale che simboleggia la vita, la nascita e la rinascita e nelle tradizioni popolari, ma anche quelle ancestrali, la spirale rappresentava l’utero materno. Oltre questo, la porta d’ingresso è formata da una grande apertura che rappresenta proprio l’organo genitale femminile. Quindi è l’opera della fertilità.
Si entra metaforicamente all’interno della donna e ci si muove all’interno di questa sorta di labirinto, di questa strada, sino ad arrivare al centro, dove si trova una sorgente con dell’acqua con un albero di ulivo che rappresenta la vita. È un’opera geniale. Dunque ho pensato che, siccome tutti, pensano a quel luogo come un progetto fotografico da fare con delle modelle ai fini estetici, ciò non è nel mio stile, perché non trasmettono dei messaggi. Sentivo di dover onorare quel luogo in modo diverso.
Le foto di questo progetto, dunque, vogliono trasmettere il messaggio declinato tutto all’amore al femminile: c’è la donna. Non volevo nemmeno mettere un uomo e una donna insieme all’interno di un utero gigante, volevo mettere due donne.
Dal punto di vista prettamente simbolico, secondo me, questo è stato il lavoro migliore.
In ogni mio lavoro deve esserci una simbologia molto forte, ancestrale direi, universale».

Prima di parlare del nuovo progetto “Stargate Love” però, voglio chiederti di questo lavoro realizzato sulla fibromialgia. Lo sto notando guardando le tue foto e devo ammettere che mi ha colpita particolarmente. 

«È un progetto che ho voluto realizzare su questa malattia che è molto nota, ma di cui si parla poco, che colpisce prevalentemente le donne, ma anche gli uomini.
La fibromialgia è una malattia autoimmune e giunge spesso inaspettatamente: a un certo punto della vita di l’individuo inizia a sentire dei dolori nella gambe, nelle braccia e non ha veramente più la forza di fare nulla. I dolori sono atroci, tanto forti da essere costretto a restare disteso a letto, è una malattia invalidante che non viene neanche considerata come tale oggi in Italia. Infatti quest’anno se né parlato molto, perché la gente è costretta a lasciare il lavoro, non si può più vivere e non c’è una cura, è una vera e propria malattia invalidante.
Sono stato contattato dall’associazione nazionale fibromialgici e mi hanno commissionato un lavoro video e un lavoro foto, dandomi carta bianca e secondo me il luogo perfetto per realizzare questo luogo è il  Cretto di Burri, perché secondo me è un’opera che trasmette una o  sensazione di disagio, di spaesamento, dove non ci sono punti di riferimento, un vero e proprio labirinto, dove non c’è nulla, solo il cemento e il cielo e questi muri che sono veramente molto alti. Quindi il fibromialgico vaga nella vita di tutti i giorni alla ricerca di qualcosa che non sa. È una fuga dal dolore, ma una fuga immaginaria, perché non c’è cura, c’è molto disagio, molta angoscia e quindi ho voluto ricreare questa sensazione.
Se nelle foto ho preferito lasciare un messaggio diretto dello spaesamento dei malati, nel video ho lasciato andare un messaggio di speranza».

A questo punto direi che sia arrivato il momento di raccontarci del tuo nuovo progetto. Abbiamo fatto un vero e proprio viaggio in quella che è la tua fotografia, nei tuoi progetti, esplorando luoghi ed emozioni, ma credo che il viaggio più distante sia quello di cui stiamo per parlare.
Cos’è “Stargate Love” e come nasce? 

«“Stargate Love” credo sia un progetto che non si è mai visto. Ho voluto tirare molto la corda e di conseguenza fare qualcosa di diverso dal solito, credo unico nel suo genere. 
È una storia di immaginazione che racconta di due astronauti che arrivano sulla terra provenendo da un pianeta lontano. Arrivano nei pressi di una piramide, luogo scelto appositamente per la simbologia alla quale viene legata. Infatti, la storia delle piramidi è avvolta nel mistero e su di esse, ancora oggi, molti studiosi si pongono molti interrogativi. Nel corso degli anni, dunque, sono nate delle teorie che non sono supportate dagli storici, legate al fatto che probabilmente sul pianeta terra migliaia di anni fa arrivarono delle popolazioni che possiamo definire “alieni”, una civiltà evoluta, che è arrivata sulla terra e ha dato delle tecnologie alle popolazioni che vi abitavano, tant’è che ancora oggi non si sa come siano state costruite le piramidi d’Egitto.
Nonostante io sia uno studioso, questa teoria mi ha sempre affascinato. Di conseguenza ho pensato di fare un lavoro con una coppia di alieni, un uomo e una donna che si amano, che arrivano sulla terra dopo un viaggio durato chissà quanti anni, chissà da dove, per tornare nelle piramidi. Che dagli studiosi sono visti come delle stazioni per comunicare con il cosmo.
Ho immaginato questa storia che si chiama “storia degli antichi astronauti”, che esiste veramente, di questi astronauti che arrivano sulla terra e la osservano, che si abbracciano, corrono e sono felici di essere arrivati sul nostro pianeta.
L’ispirazione è data anche dal film Stargate di cui prende il nome.
Di conseguenza ho unito il film , con le teorie fantascientifiche per cui gli alieni sono giunti sulla terra magliai ni di anni fa, ho messo l’amore, ho messo il mio lavoro ed è nato fuori questo progetto.
Oltre le idee, c’è comunque un omaggio al cinema, alle teorie, ma anche all’amore libero, fuori dagli schemi, fuori dalla realtà terrena. Le piramidi, poi mi hanno sempre affascinato. La piramide, infatti, rappresenta la perfezione ed ha una grande carica simbolica».

Anche questo, come tutti gli altri progetti, è nato in modo spontaneo? 

«Assolutamente sì. È nato in modo molto spontaneo, unendo appunto tutto ciò che amo e che faccio. Quasi tutti i miei progetti nascono così, non riesco a fare qualcosa di tendenza, seguo sempre le mie idee e le mie sensazioni».

Per chiudere, mi viene spontaneo chiederti, come stai vivendo questa situazione dovuta al Covid-19?

«Ancora una volta andrò controcorrente. Nonostante il periodo che per molti è stato buio, per me è stato un periodo che mi ha aiutato tantissimo, come una benedizione arrivata nella mia vita. Comprendo che sia difficile da capire. Prima del periodo dovuto al Covid ero una persona diversa: stressato, lavoravo tantissimo, stavo facendo mille cose. Con l’arrivo del primo lockdown generale sono stato costretto a fermarmi senza nulla in mano.
I primi due mesi li ho vissuti con una crisi interiore, ci si pone tante domande. Poi ho iniziato a sfruttare questo periodo per tirare definitivamente quella linea di cambiamento di cui abbiamo già parlato.
Ho sfruttato questo periodo buio per una vera e propria metamorfosi personale e professionale, eliminando il concetto di ego dalla mia vita, perché penso che l’ego sia il nemico più grande di qualsiasi artista ed è il nemico più grande di qualsiasi pandemia mondiale, perché non ti permette mai di guardare la realtà.
Questa pandemia è come se ci avesse riportato ad uno stato primitivo, aiutandoci a migliorare e a far uscire una nuova parte di noi, di me in questo caso.
Ovviamente quando parlo di un periodo positivo, per un evoluzione positiva, non parlo a livello economico, perché sotto quel punto di vista è stato tremendo. Fondamentalmente ho sfruttato questo periodo per vivere una metamorfosi, impiegando bene il mio tempo e guardando al futuro con positività. Infatti, il 99% dei miei progetti è stato fatto proprio nell’anno della pandemia.
Credo che chi ha un animo bello, creativo, durante questo periodo sia stato proprio lanciato, accrescendo internamente, creativamente, artisticamente ed è una cosa che sto riscontrando giorno dopo giorno».

Direi di chiudere proprio con questa chiave positiva, con questo messaggio positivo che hai lanciato, di utilizzare anche i periodi più bui per crescere e per migliorarsi! Grazie mille per il tuo tempo e per aver condiviso con i lettori di himeralive.it la tua storia a livello sia personale, ma soprattutto professionale.

Di seguito la galleria fotografica del progetto “Stargate Love“. Inoltre, è possibile ammirare tutti i progetti fotografici di cui abbiamo parlato, e non solo, sui social di Gianluca Sammartano. 

Il progetto fotografico

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