Perchè gli italiani esitano ad avere figli? I dati sono impietosi

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I dati statistici sono impietosi; pochissimi neonati, di cui tanti concepiti dopo i 40 anni. Ecco che cosa spinge a rinunciare alla genitorialità o a posticiparla

Papa Francesco non smette di richiamare l’attenzione sull’“inverno demografico”: le culle
italiane sono sempre più vuote.

L’ultimo dato Istat segna un ulteriore record negativo, con soli 393mila nati. Settemila in meno rispetto al 2021 e ben 183mila in meno (-31,8 per
cento) rispetto al 2008.

Il nostro paese ne ha vari, di primati, sul fronte della genitorialità: è
primo in Europa per età media della donna alla prima gravidanza, 32 anni e 3 mesi.

Ed è primo al mondo per numero di figli dopo i quarant’anni, a dispetto dei richiami di medici ed
esperti sul rispetto dei tempi stabiliti dalla natura: «È così: le italiane, e gli italiani, coltivano
più degli stranieri il sogno-illusione che si possa aver un figlio anche molto tardi,
biologicamente parlando. E così ha anche il primato di infertilità legata all’età», commenta
Alessandra Graziottin, direttrice del Centro di ginecologia e sessuologia medica San
Raffaele Resnati di Milano.

Sempre secondo l’Istat, per ogni bambino con meno di sei
anni, ci sono oltre cinque anziani, quando nel 1971 si contava un anziano per ogni
bambino.

E se all’epoca c’erano 46 over 65enni ogni cento giovani sotto i quindici anni,
oggi sono 193.183. Posticipare la nascita del primo figlio contribuisce non poco a questi
numeri: anche se oggi donne e uomini appaiono giovani e scattanti molto più a lungo dei
genitori, la biologia della fertilità non fa sconti, perché il momento migliore per la maternità
è intorno ai 20-25 anni. Più si aspetta, più concepire un figlio – sia pure molto desiderato –
può essere difficoltoso o impossibile. Ma perché tanta esitazione? «L’età della donna alla
prima gravidanza cresce con l’investimento su studio e realizzazione professionale, e
succede in tutto il mondo», spiega Alessandra Graziottin.

«Ma in Italia ci sono ragioni legate al reddito minimo per poter crescere un figlio. Abbiamo il tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa. Molti rimandano la scelta del figlio soprattutto per la sfiducia in sé stessi e nel futuro. E c’è una epidemia di paura: perdere la libertà personale, rinunce –
tempo libero e svaghi, spese, divertimento, viaggi – , responsabilità educativa, sacrifici… E
anche dell’inquinamento, della crisi economica, della guerra».

La medicina della riproduzione, che sembra rendere possibile l’impossibile, e l’attenzione riservata dai media alle gravidanze di celebrità cinquantenni e oltre, contribuisce al rinvio: “Se il bambino non arriverà, mi farò aiutare dalla scienza”.

«Ma se la probabilità di concepire spontaneamente
si riduce con l’età, mentre aumentano i rischi per gravidanza e parto, oltre che per la
salute del bambino – solo due donne su un milione avranno un figlio dopo i 50 anni, perché
cala la fertilità, aumenta la probabilità di malattie uterine, ipertensione, fumo, sovrappeso,
diabete… – tutto ciò vale anche quando ci si affida a un percorso di procreazione
medicalmente assistita».

Continua l’esperta: «È giusto per una donna avere un figlio oltre i
cinquant’anni? Volere è potere, senza limiti? Sul fronte emotivo sono possibili seri
problemi, se la gravidanza è complicata da malattie, se il figlio non è il “bimbo perfetto” dei
sogni. Ed è giusto per il piccolo che abbia una mamma che potrebbe essergli nonna o
bisnonna?». Allora, perché quest’entusiasmo verso le gravidanze tardive? «Perché
l’immagine di una gravidanza felice soddisfa il nostro istinto profondo, programmato per
riprodurci, e il nostro inconscio, che si nutre di sogni e di onnipotenza, non sempre ben
orientata», conclude Alessandra Graziottin.

«Nella Sacra Scrittura i figli sono definiti una benedizione», premette padre Giovanni
Calcara, domenicano del Convento San Domenico di Palermo. «E come le frecce nella
faretra: quando l’uomo è chiamato ad affrontare le difficoltà, ha molte frecce per il suo arco
se ci sono i figli. Il tutto va contestualizzato nel mondo attuale, in cui il figlio non viene visto
tanto come un punto di partenza, ma semmai di arrivo. Prima viene il “ci godiamo un po’ la
vita”, prima la casa, prima la sicurezza economica e poi il figlio, visto quasi inevitabile,

Padre Giovanni Calcara

magari sotto pressione degli aspiranti nonni. Il letargo delle culle è senz’altro segno della
perdita di speranza e di fiducia nel presente e, soprattutto nel futuro. La mancanza di un
lavoro stabile, le preoccupazioni relative alla contemporaneità che diamo ai figli – un
tempo fatti pensando, al contrario, di dare loro un “mondo migliore” di quello avuto dai
genitori. Così qualcuno addirittura rinuncia alla maternità e alla paternità per non generare
degli infelici.

Ciò significa che né la società né la chiesa riescono a dare alla genitorialità la
giusta collocazione: l’amore si completa donando ai figli la propria vita, la propria gioia, la
propria comunione. Quando la gioia non c’è, tutto si blocca. E il figlio talvolta diventa,
soprattutto in tarda età, un improvviso capriccio, un gingillo da avere a tutti i costi, anche
ricorrendo a tutte le macchinazioni della genetica. Ma obiettivamente se lo Stato non è in
grado di fornire servizi alle famiglie e di supportare le coppie è difficile che i più giovani
possano aspirare a un figlio come al coronamento di un sogno».

Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 1, 7 gennaio
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