Termini Imerese: la bella storia di via Giustino Ferrara

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Nella parte bassa di Termini c’è una via che da sempre, e se pur piccola, è tra le più frequentate della città. Oggi, nei poco più di cento metri della sua lunghezza, vi si trovano tanti graziosi negozi; e la sua antica storia ci riporta di molti aspetti curiosi e singolari. Il primo riguarda il nome; infatti, in passato, la strada si chiamava via D’Asaro. E a tal riguardo, diatriba che arrivò persino in consiglio comunale, c’era chi sosteneva che Gregorio Ugdulena, anziché esser nato nella via che oggi ne porta il nome, in realtà avesse visto la luce proprio in quella strada. Poi, come saprete, si decise diversamente; ma qualcuno non se ne convinse ugualmente, e il dubbio rimase.

 

 

Il nome alla via venne cambiato sul finire degli anni trenta del novecento; quando si ritenne di doverla intitolare a Giustino Ferrara, personaggio dalla vita movimentata e avventurosa. Infatti al Ferrara, ma il cognome in origine doveva essere Ferraro, nativo di Misilmeri, era stata assegnata da poco la medaglia d’oro alla memoria; essendo morto il 26 marzo del 1938 a Valiunquera in Spagna, nel corso di una delle battaglie che si erano li svolte durante la guerra civile. Io, a tal proposito, vi riporto un piccolo stralcio di una lettera che si conserva tra i nostri atti comunali e nella quale del Ferrara così è scritto:

“…Termini si è rinnovata e si continua sempre a rinnovare con l’aiuto e la guida del governo fascista agli ordini del Duce al quale vanno tutte le nostre benedizioni per l’amorosa e paterna cura con la quale Egli presiede le sorti del popolo…e per la lotta contro il bolscevismo in Spagna, anche Termini diede un largo contributo, lasciando sul campo uno dei suoi figli migliori nel Capitano Giustino Ferrara, il quale è stato decorato di medaglia d’oro al valor militare. E’ la prima medaglia d’oro concessa ad un termitano di elezione, poiché sebbene il Ferrara fosse nato a Misilmeri, venne a Termini bambino e qui si educò e crebbe nella devozione alla Patria, rendendoci orgogliosi di Lui…”
Non solo spirito d’avventura quindi; ma, almeno stando a questo documento, anche una riconosciuta vicinanza ideologica al Duce e al fascismo, che qui veniva enfaticamente rimarcata. E infatti Giustino, allorché se ne presentò l’occasione, non esitò a sacrificare la sua giovane vita arruolandosi volontario tra le file della Brigata Internazionale Frecce Nere, per combattere accanto agli uomini del Generale Francisco Franco. Furono battaglie epiche in cui le forze nazionaliste-cattoliche intendevano impedire, e ci riuscirono, la instaurazione in quel paese di una dittatura comunista-atea che anche lo stesso Papa Pio XII, non aveva esitato a definire come “nemici di Gesù Cristo”. Giustino Ferrara apparteneva a una delle tante famiglie che attratte dai floridi commerci, tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, si erano trasferite dall’entroterra siciliano nella nostra città. Il suo vero nome era Giusto; e infatti è proprio così che gli venne intitolata una via pure a Misilmeri e Palermo. Ma, giunto a Termini ancora bambino, quel diminutivo familiare di Giustino, evidentemente lo accompagnò per tutta la vita. A tal proposito qualche anziano che lo aveva conosciuto raccontava che ogni tanto, quando qualcuno lo chiamava Giusto, lui simpaticamente rispondeva: “A santu Giustu pi essiri giustu ci mancava un ghitu”!

Ma Giustino fu anche imprenditore; egli infatti si trovò a gestire, insieme alla famiglia, un moderno forno meccanico aperto nel 1930, che aveva sede proprio in quella strada che in seguito avrebbe preso il suo nome.
Del famoso panificio Ferrara, ancora oggi a Termini Imerese in molti si ricordano; erano rinomate soprattutto le sue mafalde e i muffuletta, che tanti panillara andavano a comprare li per poi rivenderli imbottiti di cazzilli e panelli o milinciani fritti. E quest’ultimo ricordo, mi porta a parlarvi anche di altri curiosi aspetti di vita popolare che tra gli anni ’30 e ’50 del novecento, caratterizzarono proprio la via Giustino Ferrara.
Potrebbe sembrare una notizia di scarsa importanza; e però, pur senza essere eclatante, è comunque una di quelle curiosità che ti danno la possibilità di meglio conoscere il contesto sociale in cui si viveva allora a Termini. Infatti, volendo fare una indagine popolare, mi viene da pensare che in quegli anni, già in diversi avevano in casa un grammofono. E comunque il numero doveva essere tale, da far venire a qualcuno l’idea che aprire una attività in quel settore, poteva essere una buona fonte di guadagno.
A certificare la presenza di questo primo e per allora unico esercizio commerciale di tal genere, era stato lo stesso comune; che dovendo rispondere a un censimento aziendale di una ditta milanese, attraverso una lettera spedita in data 22 dicembre 1931, dichiarava ufficialmente che:
“…in questo comune esiste un solo rivenditore di macchine parlanti e dischi per fonografo, rappresentato dalla ditta G.B Castiglione nella via D’Asaro al numero 28…”

Quindi la storia ci dice che in via Giustino Ferrara, e quando ancora si chiamava D’Asaro, ebbe ad aprire il primo negozio di dischi della città e probabilmente dell’intero circondario. Non so dirvi quando il signor Castiglione cessò la sua attività e il punto preciso in cui si trovasse il negozio; infatti, con i successivi ammodernamenti delle case, ne risentì anche la numerazione. La via Giustino Ferrara, e questo fin nei primi anni sessanta del novecento, era tra le più frequentate di Termini Bassa. Da li passavano infatti i tanti che giungevano in città con il treno o la corriera per recarsi ai bagni termali nel vicino Grand Hotel, oppure quelli che andavano a far spese nella frequentatissima “strata virdura”. E proprio per questa sua caratteristica, nella via Ferrara stazionava spesso anche qualche mendicante; così come, e lo ricordo personalmente, pure un povero ragazzo che recava in mano una gabietta con dentro un pappagallino.
Il volatile, addestrato in tal senso, all’apertura di un cassettino tirava fuori con il becco un bigliettino colorato dove c’era scritta qualche frase che dava indicazioni sul futuro del “cliente”. Lo chiamavamo “addiminavinturi cu pappajaddu”; e secondo la credulità popolare, era in grado di prevedere amori, fortuna, disgrazie. E infatti c’era chi, avendo letto nel pizzino di un imminente periodo fortunato, correva subito a tentar la sorte al vicino putiinu del lotto; che era pure li e faceva affari d’oro. Nella stessa via, in un antico palazzo oggi di diverso aspetto, aveva la sua sede anche la agenzia del Banco di Sicilia; la prima ad aprire i battenti nella nostra città.

Le automobili a Termini non erano ancora tante; e già sul finire degli anni trenta, tale Maria Pirrone aveva chiesto di aprire, sempre in quella via, un autonoleggio. Attività che poi, in anni successivi, troviamo invece gestita da don Pinù Spitali. Nella via Giustino Ferrara c’era pure Totò u solachianeddu; un omino esile e baffuto, che lavorava in un angusto basso a stento rischiarato da una “misera” lampadina che scendeva dal tetto fin sul suo deschètto.
Era molto apprezzato perché non si limitava a far riparazioni; ma era anche capace di costruire scarpe su misura. Non stupisca il nome “solachianeddu”, parola assai usata a Napoli (solachianello) e probabile retaggio del periodo borbonico. Infatti a Termini, era anche con questo nome che venivano chiamati coloro i quali esercitavano il mestiere di scarparu; ovvero di calzolaio. E a proposito di scarpe come non ricordare anche Longo, detto “u baruni” che, proprio ad angolo di strada e con ingresso principale sul corso Umberto e Margherita, vendeva raffinate calzature. Il suo negozio, per l’alta qualità del prodotto e quindi per i prezzi non accessibili a tutti, era frequentato essenzialmente dalla borghesia; e lui, di questo, in qualche maniera ne andava fiero.
Sempre li, a poca distanza, c’era pure don Lorenzo Corso; un sarto di particolare abilità che spesso, durante la bella stagione, era possibile veder lavorare seduto davanti alla porta della sua attività. E vista la presenza di un sarto, poco oltre c’era anche una fornitissima merceria.

Spesso da quella via transitava anche Patri Masinu Giunta; sacerdote nella chiesa del Carmelo, che ogni tanto andava a render visita alle suore del vicino Collegio di Maria. Ma la principale attrazione di via Giustino Ferrara, e questo fin nei primi anni cinquanta del novecento, fu l’opira ri pupi di don Nino Canino. Il prof. Franco Amodeo ben ricorda di questo personaggio eclettico e di buona stazza fisica, originario di Partinico, che apparteneva alla ben nota e antica famiglia di pupari.
Don Nino, insieme alla moglie, e aiutato anche dall’esuberante nipote Elio Lo Cicero, gestiva il suo teatrino in un ampio basso a pochi passi dalla vicina via Vittorio Emanuele; al cui angolo ogni giorno sistemava un grande cartellone con dipinte scene dei paladini di Francia e il titolo dello spettacolo che si rappresentava. Don Nino Canino era un vero artista; improvvisava i copioni e, tempo permettendo, già di buon mattino si sedeva davanti alla porta con un banchetto, e con i suoi attrezzi forgiava elmi, spade, armature.

Capitava che qualcuno si fermasse incuriosito a guardare; e c’era chi, prendendo a prestito le battute dei suoi stessi copioni, passando intercalava il saluto esclamando: “Astolfo, abbiamo agghicato a Parigi”. Dentro, nell’ampio basso con un arco al centro, la platea era polverosa; e i banchi di legno, senza spalliera, scomodissimi. Qualcuno ancora ricorda che c’era chi, invece di opira di pupi, la chiamava ironicamente “opira ri puci”. Infatti, il fastidioso insetto, aveva trovato casa proprio fra le vecchie tavole; e non di rado si trasferiva pure negli abiti degli spettatori.

Poco più avanti del teatrino di Canino, a punta ri cantunera, già negli anni cinquanta c’era pure la rinomata pasticceria Cammarata, che produceva ottimi dolci e deliziosi biscotti. Immaginate quindi i piacevoli odori che, grazie anche al vicino panificio, inondavano l’aria di quella piccola strada. Negli anni successivi, diverse altre attività ebbero a condividere i loro destini in via Ferrara; come non ricordare ad esempio il Metro d’Oro di Zaffuto o gli abiti dei Fratelli Castonovo, o un bravo artigiano, di cui non so dirvi il nome, che fin negli anni sessanta realizzava e vendeva maschere di carnevale e altri articoli ornamentali.
Oggi la via, pur continuando la sua vocazione al commercio, nulla più conserva di quei tempi. Mancano soprattutto le voci e i profumi; di cui, purtroppo, ci rimane solo il lontano e piacevole ricordo.

(Testo di Nando Cimino – Foto archivio Fabio Chiaramonte)
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