Storia: studio sulla battaglia di Imera

Condividi questo articolo






La battaglia di Imera (480 a. C.)
Il più bel trattato di pace di cui la storia parli. 

Il prossimo 23 settembre ricorre il duemilacinquecentesimo anniversario della battaglia d’Imera, nella quale i Greci di Sicilia, con a capo Gelone di Siracusa, sbaragliarono il potente esercito cartaginese, al comando di Amilcare I. Il trattato di pace che ne seguì, le cui condizioni furono dettate da Gelone, ancora oggi è un monumento alla Civiltà e suscita ammirazione in quanto
contiene un principio fondamentale per l’Umanità, sancito fra l’altro il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nell’ambito della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona. La posizione geografica della Sicilia, al centro del Mediterraneo, ha fatto dell’Isola un punto di
incontro e di scontro fin dai tempi più antichi. Infatti, il naturale bisogno dell’uomo di fare nuove esperienze e di maturare nuove conoscenze, la sete di avventura, la ricerca di nuove terre nella prospettiva di poter disporre di più vaste risorse alimentari, ma anche la necessità di sfuggire alle vessazioni di chi deteneva il potere nella terra di origine, hanno prodotto i tanti Ulisse, pronti a sfidare l’ignoto ovvero a seguire gli stimolanti racconti epici degli aedi.
Nell’antichità, come nelle epoche successive, si sono registrati numerosi flussi di colonizzatori,alcuni di essi imponevano la loro presenza con la forza, altri invece miravano a instaurare un rapporto di pacifica convivenza con le popolazioni autoctone, soprattutto al fine di promuovere un’attività commerciale.
I Fenici in questo campo furono maestri, limitandosi a creare degli insediamenti (in pratica degli empori, che occupavano una parte limitata del territorio), da cui con le loro navi si spingevano sempre più avanti, in cerca di nuovi mercati e nuovi popoli con i quali instaurare proficui rapporti e scambiare conoscenze e tecniche manifatturiere.
Nella Sicilia occidentale, in particolare, la storia e la mitologia si fondono. Infatti gli Elimi, giunti nell’isola fra la fine del secondo e l’inizio del primo millennio a. C., secondo la leggenda sarebbero gli scampati da Troia e sotto la guida di Enea, dopo avere fondato Erice, Entella e Segesta, avrebbero proseguito per il Lazio, dove i loro discendenti avrebbero fondato Roma. La storia, in effetti, dice poco degli Elimi, anche se siamo in condizione di apprezzarne lo spirito di indipendenza che mantennero nei confronti dei colonizzatori Fenici e Cartaginesi e anche dei Greci. Tale stato di “non belligeranza” si deve soprattutto al prioritario interesse commerciale di Fenici e Cartaginesi, che li portava a non occupare più spazio di quanto fosse necessario per creare approdi sicuri e insediamenti adeguati a realizzarvi punti di incontro per lo scambio delle mercanzie. Da parte loro gli Elimi, gelosi della propria autonomia, mantennero saldi i siti maggiormente strategici e difendibili.
Tutt’altra cosa, invece, è quanto accaduto nella Sicilia orientale, dove i coloni greci, dopo avere soppiantato gli antichi abitatori, mirarono a espandersi e, soprattutto, a dominare. Essi, infatti, avevano alle spalle una storia di città-stato, spesso in conflitto fra loro, e soprattutto l’esperienza dello scontro con i Persiani, che li aveva forgiati nell’arte della guerra, in cui erano risultati
vincitori sia per l’altissimo senso civico di ciascun combattente, sia per il particolare armamento degli opliti sia per l’intelligente e scaltra direzione del generale Milziade.

Peraltro, la struttura sociale delle due principali città greche, Atene e Sparta, era totalmente diversa: la prima fondata sulla democrazia , in cui il popolo aveva un ruolo di effettiva partecipazione nel governo della città, la seconda, Sparta, dove il potere era nelle mani di una oligarchia.

La colonizzazione della Sicilia, da parte dei Greci (con inizio dall’VIII sec. a. C.), spesso fuprogrammata, previa consultazione di uno degli Oracoli, per dare sfogo all’aumento della popolazione, che comportava maggiori fabbisogni. Talvolta, però, traeva origine dai conflitti normalmente esistenti all’interno delle varie città, per cui i perdenti erano spinti ad allontanarsi,
alla ricerca di nuovi spazi e nuovi territori. Questa gente, a prescindere dal motivo della partenza, recava con sé un bagaglio di tradizioni, prima fra tutte quella riferita all’assetto sociale, e comunque manteneva rapporti molto stretti con la madrepatria.
Anche in Sicilia, come nell’intera “Magna Grecia”, i coloni fondarono “città-stato”, secondo la tradizione del Paese di origine. Per quanto riguarda, invece, il governo il sistema predominante fu quello oligarchico, in quanto gli ecisti che guidavano la spedizione divennero naturalmente classe dirigente. Non di rado, tuttavia, il popolo stesso sollecitava l’accentramento di tutti i poteri statuali, militari e politici nelle mani di una sola persona, per garantire la stabilità di governo ma soprattutto per contrastare con efficacia e con unicità di direttive le azioni nemiche. Capitava, però, che la persona cui erano stati affidati compiti straordinari mantenesse il potere, esercitandolo con violenza e dispotismo, qualificandosi come “tiranno”. 

Inoltre, l’autonomia goduta dalle città-stato non escludeva che nascessero invidie, gelosie e risentimenti fra le varie oligarchie o fra i vari tiranni, alcuni dei quali portati ad allargare i loro domini e il loro potere.

E così, secondo quanto racconta Erodoto, Terone, figlio di Enesidemo re degli Acragantini, riuscì a scacciare il tiranno di Imera, Terillo, impossessandosi del potere. Questi, volendo vendicarsi, convinse Amilcare I, figlio di Annone, il quale era re dei Cartaginesi, ad attaccare i Greci di Sicilia, facendogli credere di disporre di numerosi alleati. Il punico fu ben lieto di accettare l’invito e – sempre secondo Erodoto – raccolse un esercito di circa trecentomila uomini tra Fenici, Iberi, Liguri,
Elisici, Sardi e Corsi. Questo enorme esercito si avvaleva di un’armata navale di duemila galee, cui si aggiungevano più di tremila navi da carico.

La flotta cartaginese fece scalo a Palermo, colonia punica, da cui l’esercito mosse verso Imera via terra, mentre le navi seguivano costeggiando, stante il cattivo tempo. D’altronde tutto il litorale da Palermo a Imera era sotto il controllo dei cartaginesi, che disponevano di un sito ben munito (Solunto) a metà strada, nei pressi dell’attuale comune di Santa Flavia, a pochi chilometri da Imera.
Giunti che furono nella piana antistante il loro obiettivo, le navi furono tratte a riva e fu costruito un recinto a salvaguardia anche delle salmerie. Quindi Amilcare, senza perder tempo, con una parte dell’esercito si avviò ad attaccare la città, da cui uscì una schiera di Imeresi che però, dopo un lungo combattimento, dovette ritirarsi. A questo punto Terone, che era accorso da Agrigento. 
Inviò messaggeri a Gelone di Siracusa, chiedendo soccorso.
Gelone, già informato dello sbarco dei punici, fu in condizione di partire subito alla volta di Imera dove, con cinquantamila fanti e cinquemila cavalieri, giunse sollecitamente procedendo a marce forzate, accampandosi a nord della città. Quindi, dispose che uno squadrone di cavalleria ispezionasse la campagna circostante, per impedire al nemico di approvvigionarsi di foraggio.
L’iniziativa fu premiata in quanto gli avversari furono presi alla sprovvista, pagando un prezzo altissimo di sangue e di prigionieri.
A questo punto gli Imeresi e i loro alleati acquistarono fiducia, furono riaperte le porte della città e creato un ampio corridoio di collegamento con il campo siracusano. Seguì un periodo di stallo,tranne qualche schermaglia finalizzata a “saggiare” reciprocamente il nemico. Ciascuno attendeva il momento propizio per attaccare in forze.
E il momento si presentò per un colpo di fortuna. La cavalleria siracusana che, come detto, batteva la campagna, intercettò un messo inviato dai Selinuntini ad Amilcare per confermargli l’invio della cavalleria che egli aveva chiesto in aiuto e il cui arrivo era previsto nel giorno in cui era stata fissata una solenne cerimonia in onore di Nettuno. Gelone, colta la palla al balzo, formò una squadra di cavalieri scelti, cui diede incarico di aggirare il monte Euraco (l’attuale San Calogero) e, come se venissero da Selinunte, di arrivare sul luogo dove erano state poste a secco le navi cartaginesi, nel giorno indicato da Amilcare.

Infatti, all’alba del 23 settembre del 480 a. C. la cavalleria siracusana giunse al campo dei cartaginesi, i quali la scambiarono per gli attesi alleati Selinuntini e la accolsero con grida di giubilo all’interno del campo. Appena dentro, i cavalieri siracusani misero mano alle armi, aggredendo gli sprovveduti presenti, compreso Amilcare con il suo stato maggiore e i sacerdoti che stavano sacrificando, su una grande pira, numerosi animali. Gelone, frattanto, avvisato dalle vedette che aveva dislocato sulle alture, fece muovere l’esercito, immediatamente contrastato da quello dei punici e così fu battaglia in campo aperto, per più ore e con incerta sorte, fino a quando l’attenzione di tutti fu attratta da una grande colonna di fumo e fiamme proveniente dal campo punico, dove i cavalieri siracusani erano riusciti anche a dare alle fiamme le navi nemiche.
L’esercito africano a quella vista perse la concentrazione, anche perché si aggiunse la disperazione per la notizia della strage e della morte dello stesso Amilcare. In effetti, i Cartaginesi, in poche ore,erano rimasti senza capi e con la flotta e le salmerie distrutte. Il terrore allora prese il sopravvento, le schiere africane si sbandarono, con la conseguenza che gli alleati greci fecero una più ampia strage. I superstiti, meno della metà del grande esercito, cercarono di porsi a difesa sulle balze dell’Euraco, ma a sera dovettero arrendersi per fame e, soprattutto, per sete.
I prigionieri cartaginesi furono distribuiti fra le tre città vincitrici e, in particolare, quelli tratti ad Agrigento contribuirono con il loro lavoro alla costruzione degli edifici nella valle dei templi.
Di tutta la flotta solo un paliscalmo riuscì a tornare a Cartagine, portando la notizia della disfatta e della morte di Amilcare. Subito in città si diffuse il timore che Gelone cogliesse l’occasione per sferrare l’attacco definitivo in terra d’Africa e distruggere l’avversario. Pertanto, allo scopo di evitare una tale evenienza, furono inviati sollecitamente ambasciatori in Sicilia, per chiedere la pace. E Gelone, da uomo magnanimo quale era, concesse quanto chiesto, dettando condizioni assolutamente moderate: il pagamento di soli duemila talenti d’argento, che furono utilizzati per la costruzione a Siracusa, presso Ortigia, di un tempio ad Atena (Minerva), ad Agrigento dei templi di Hera Lacinia, Demetra e Zeus Olimpio e a Imera del tempio “della Vittoria”. Inoltre, fu imposto ai Cartaginesi di non sacrificare più vittime umane a Nettuno. A tale proposito Montesquieu
ebbe a scrivere: “Fu questo il più bel trattato di pace di cui la storia parli. Gelone, dopo aver disfatto trecentomila Cartaginesi, impose una condizione ch’era utile solo ad essi; o piuttosto egli stipulò in pro di tutta l’umanità”.
I Cartaginesi, inoltre, vollero fare un particolare atto di omaggio alla moglie di Gelone, Demarata, cui donarono una corona del valore di cento talenti d’oro, che l’interessata non volle trattenere per sé, facendola tramutare in monete d’argento di nuovo conio. Fulgido esempio di disinteresse e amore per la patria.

 

Relazione a cura del dottore Enzo Giunta 










Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *