Ci sono frasi che oggi nessuno più dice, ma che in realtà hanno segnato un’epoca caratterizzando il lessico di tante comunità. Me ne ricordo una in particolare che proprio qui a Termini sentivo ripetere spesso; soprattutto tra il ceto sociale meno emancipato, e perciò più incline ad esser tradizionalista anche nel parlare.
“Pi quantu è bberu Ddiu”; così ci si esprimeva quando si voleva rafforzare una affermazione, come a farne una forma di giuramento. In realtà, e in barba al comandamento che ammonisce di “Non nominare il nome di Dio invano”, il Signore veniva tirato in ballo sin troppo spesso e in situazioni che a volte nulla avevano di religioso, anzi.
E’ il caso di due modi di dire che erano delle vere e proprie minacce rivolte con intenzioni non certo amichevoli. Mi ricordo in particolare di qualche popolana che al culmine di una lite, rivolta all’avversaria chiosava senza possibilità di replica: “Ti l’ha viriri cu Diu”; oppure: “Cu l’havi cu mia l’havi cu Ddiu”. Ancor peggio quando, in situazioni analoghe, si immaginava Dio pure come un vendicatore; per cui gli si chiedevano ritorsioni invocando contro i propri nemici “Giustizia ri Ddiu”.
Insomma il Padreterno aveva sempre il suo bel da fare! Per fortuna non doveva star li costantemente a dipanare liti e contese; ma, il più delle volte, il suo nome veniva proferito per alleviar sofferenze, o per rassegnazione e lode. Una mia anziana vicina di casa, molto devota, intercalava ogni suo discorso con un bel “E facemu a vuluntà ri Ddiu”; mentre, a secondo degli argomenti, si ribadiva: “Ddiu ni scanzi e libbiri”. Quando poi si riceveva un qualche favore c’era chi, non potendo offrire altro, in segno di gratitudine ripagava con un bel; “Ddiu (u Signuri) tu pava e ti cumpenza”. In questo caso c’era sempre pronto il solito buontempone che ribatteva: “…E manciamu calia e simenza”!
CONTENUTO E FOTO A CURA DI NANDO CIMINO
