Non si litiga, ma le emozioni si spengono, tanto da profilarsi l’orizzonte dei “separati in
casa”. Ma prima di arrivare al punto di non ritorno c’è un’arma potente; il dialogo
Carlo e Luisa sono sposati da vent’anni e hanno due figli, di 12 e 14 anni. Una famiglia
normale e una coppia molto unita.
Ma in realtà lei vive un profondo disagio, sente che la
relazione è spenta. Pensa addirittura alla separazione. Il marito è una brava persona e un
ottimo padre, ma il loro è un legame “da fratelli”.
Lui concorda sulla passione ormai sopita.
Ma vorrebbe aspettare che i ragazzi crescessero un po’, per non farli soffrire e gestire
meglio le questioni economiche. Forse anche sperando che la moglie ci ripensi. Ma ha
senso restare insieme in nome della crescita dei figli, quando non è in gioco la stima verso
l’altro, non c’è un tradimento e nemmeno “volano coltelli”, ma mancano le emozioni?
«Inizierei col riflettere su qual è la ricaduta sui figli di un patto affettivo e solidale, ma non
più intimo, tra i genitori», premette Luisa Ghianda, psicologa e counsellor a Desio (Monza
e Brianza), «I coniugi si vogliono bene, si sostengono, hanno un impegno comune. Ma
quale messaggio può passa? Per esempio che è bene barattare la felicità per la sicurezza:
un meccanismo molto umano, che però fa serpeggiare il principio che la felicità sia
secondaria, che l’amore si può spegnere ma la situazione si può sopportare per senso del
dovere. I figli vengono così investiti, in nome “del loro bene”, di una grande responsabilità:
sono il centro di quell’unione. Lo vivranno con gratitudine? O con tensione? Se i ragazzi
constatano che i genitori non hanno più nient’altro tra loro se non l’essere padre e madre
rischiano di sentirsi in scacco e di dover restituire qualcosa, con ripercussioni sulla loro
vita, il rendimento a scuola, l’ansia da prestazione o la ribellione e così via».
E allora se si
resta insieme, come lo si deve fare? «Bisogna dare alla scelta un senso evolutivo per tutto
il nucleo familiare. Mettendo in piedi una sorta di laboratorio di verità: uso il tempo non per
tirare avanti finché i ragazzi crescono, ma per comprendere cosa è successo alla coppia,
quali sono i motivi per restare ancora insieme e quali le ragioni per lasciarsi: possiamo
abitare questa crisi con sincerità e presenza? Può essere necessario l’aiuto di un esperto:
un elemento terzo che ci dica non tanto chi ha ragione e chi torto, cosa è giusto fare o non
fare, ma che ci guidi nel mettere nuove parole, nell’uscire dal copione quotidiano, dal
rapporto che va avanti in modalità automatica. Un esperto può aiutare anche ciascuno dei
coniugi a riscoprire la propria individualità, col “rischio” di portare nuova energia alla
coppia… La crisi deve diventare un’opportunità per comprendere se ci sono bisogni
inespressi – manifestandoli, chissà cosa potrebbe succedere, magari si scopre qualcosa
dell’altro che non si immaginava -, per recuperare aspettative sulla relazione che magari si
sono sciolte nell’ombra, rivitalizzando gli spazi comuni che c’erano durante
l’innamoramento».
Quanto alla sessualità, «Non è in assoluto il termometro della
relazione: è un compito a volte – e non intendo un dovere – perché tenerla viva può
comportare un esercizio di creatività, spontaneità, fantasia. Un buon compito. Un esperto
può aiutare a tornare a sognarlo, a dichiararlo, a condividerlo».
Insomma, non ci può
essere una risposta valida per tutte le coppie: «Ma se accogliamo la crisi come
un’opportunità, sostando nel conflitto interiore ed esteriore senza lasciarsi prendere dalla
tirannia dell’assoluzione – “so-stare,”, come insegna il pedagogista Daniele Novara, cioè
“imparo a stare” – chissà quante cose nuove scopro di me, di te, di noi come nucleo
familiare, di noi come genitori. I figli, più che ascoltare le nostre parole, imitano i nostricomportamenti. Ed è da qui che passa il senso del fare “il loro bene”».
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «La
vitalità è una sorgente, ma va alimentata: l’amore, la comprensione non sono scontati.
Papa Francesco parlava della necessità di re-innamorarsi del proprio coniuge: tutti

sappiamo – in teoria – che non ci ci si può voler bene come il primo giorno in cui ci si è
conosciuti o quando è nato il primo figlio, ma nei fatti lo si dà per assodato. Non si è più
capaci di manifestare all’altro che è la cosa più preziosa che si ha, che si cura e preservo,
con la quale si interagisce, e anche litiga, arrivando comunque alla comunione di vita, non
solo un punto di riferimento per soddisfare bisogni, ma qualcuno con cui crescere. C’è il
lavoro, lo stress, gli impegni e alla sera, quando finalmente si sta insieme, ci si limita a
cenare, a preparare i ragazzi per la scuola, a programmare il giorno dopo: non c’è vero
dialogo, non c’è capacità di alimentare l’amore. E invece, come suggeriva papa
Francesco, è necessario: con l’affetto, ma anche con la preghiera. Una coppia che prega
insieme, constata come ciò possa cambiare dentro i rapporti, farli evolvere verso una
pienezza di comunione in cui la condivisione e il dono di sé nell’intimità è il coronamento
dello stare insieme. Altrimenti, lo “stare insieme per i figli” paradossalmente diventa anche
un modo per non assumersi la propria responsabilità. In questi casi bisogna trovare un
appoggio, ci sono centri diocesani di aiuto alle coppie in crisi: e anche in questi percorsi di
fede comuni può essere prevista una separazione momentanea, perché ognuno possa
avere la possibilità di riflettere e rivedere la situazione alla luce del proprio percorso di
fede».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 30 del 27 luglio
