Va bene vigilare, ma guai ad attribuire in toto i cambiamenti di una figlia alle persone che
frequenta. Bisogna cercarne le ragioni più a fondo e comunque non creare mai muri
Il figlio o la figlia, appena maggiorenni o quasi, hanno la loro prima “storia” importante.
Tutto bello, se non fosse che il prescelto è più grande di qualche anno e ha pure un
carattere forte. Sta di fatto che il ragazzo o la ragazza hanno cominciato a condividerne
scelte ed esperienze che fino a poco tempo fa non gli sarebbero passate per la testa: tipo
tornare a casa brilli, smettere di andare a messa (rientrando alle 4 del mattino è difficile
svegliarsi in tempo), ascoltare musica metal, assumere posizioni radicali nelle discussioni
a tavola davanti al tg, fino a modificare l’abbigliamento.
Alcune cose sono accettabili, altre
fanno sorridere, altre si spera siano transitorie ma i genitori temono che il loro figlio o la
loro figlia stia subendo una sorta di “plagio”, come se abbia smesso di pensare con la sua
testa. «È una preoccupazione molto diffusa tra i genitori», conferma Benedetta Comazzi,
psicologa a Milano. «Premessa: quando un uomo e una donna diventano genitori, si
creano un immaginario su chi sarà il bambino o la bambina, come diventerà, quale sarà il
suo carattere… Tante aspettative e una sorta di idealizzazione che fa parte del processo
normale di preparazione alla genitorialità. Spesso però crescendo i figli si discostano da
questo immaginario, che magari è stato anche “nutrito” – iscrivendo i piccoli a danza,
equitazione o scherma, a una scuola bilingue o a un corso di pianoforte – e accettato per
anni dai bambini stessi, fino al momento in cui, di colpo, non vogliono più continuare. Ciò
per i genitori è una delusione faticosa da accettare, anche considerando l’investimento in
termini di impegno, denaro, tempo». Può esserci perciò la tendenza a cercare una causa
esterna di questi cambiamenti, perché è impensabile che “Mia figlia o mio figlio si siano di
botto stancati di qualcosa che hanno sempre fatto con diligenza”. Continua la psicologa:
«È più facile incolpare una “cattiva compagnia” – fidanzato o fidanzata, amici, compagni di
scuola o di palestra – , quando invece magari i cambiamenti ci sarebbero stati lo stesso. È
importante esserne consapevoli, perché ci permette di vedere il figlio per quello che è
anche nelle sue nuove esigenze, nelle sue nuove passioni, nei suoi nuovi gusti: altrimenti
il rischio è perdere di vista il processo di crescita e di cambiamento del ragazzo e della
ragazza che stanno andando incontro all’indipendenza e alla vita adulta». Poi, l’amore per
un uomo o una donna più grande può destare preoccupazione: ma bisogna chiedersi
quanto – soprattutto se il fidanzato o la fidanzata sono oggettivamente bravi ragazzi –
possano essere considerati plagiati o semplicemente allineati a un tipo di vita che non è la
loro? «Il plagio implica una manipolazione psicologica importante, che spesso è presente
solo nello sguardo del genitore, spinto da paure e timori, anche normali quando si ha a
che fare con una persona più adulta, ma è uno sguardo mediato dall’emotività», spiega
Benedetta Comazzi. «Ciò che succede davvero quasi sempre è che il fidanzato ha
abitudini, bisogni e stili di vita diversi e li porta nella relazione: magari è all’università o
lavora, mentre il figlio/figlia è ancora alle superiori. In generale, in tutte le relazioni affettive
che funzionano ci si viene incontro nei rispettivi bisogni e ci si plasma a vicenda. È chiaro
che in caso di comportamenti estremamente insoliti o disfunzionali la preoccupazione del
genitore è comprensibile, ma il mio consiglio è quello di monitorare l’andamento della
situazione e, anche se è difficile, provare a stare nell’attesa, invece di allarmarsi subito con
uno scontro che non permette di ottenere nulla se non chiusure. Meglio vedere come
vanno le cose, se i comportamenti più disfunzionali si protraggono o sono solo stati
occasionali e quindi provare a dialogare e a cambiare prospettiva: se un ragazzo o una
ragazza prima taciturni cominciano a prendere posizione, a manifestare le loro idee
potrebbe essere un evento positivo, anche se sostengono punti di vista che non
coincidono con i nostri. Sono comunque meritevoli di ascolto e rispetto».
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «Si
dice che al cuore non si comanda, ma per passare dall’innamoramento all’amore occorre
che la maturità bilanci l’infatuazione, valutando la condivisibilità di stili di vita con l’altra
persona che ti rende felice, ma solo se ti aiuta anche a essere te stesso. Se ciò non
avviene, perché ci sono dei condizionamenti che inficiano scelte importanti, è necessario
aiutare il ragazzo o la ragazza a rientrare in se stesso.

Può farlo anche un amico, un
insegnante, un educatore, un allenatore se i genitori non ce la fanno perché i loro giudizi
vengono vissuti come divieti oppure perché effettivamente ci può essere una gelosia verso
l’intruso che viene a rubare l’affetto del proprio figlio: occorre un discernimento molto serio,
anche perché ci sono anche responsabilità che competono solo alla famiglia, come il
rispetto degli orari, le spese per abbigliamento o altro e così via. Bisogna far passare il
concetto che finché si sta in famiglia certe regole vanno rispettate. E anche stimolare il
ragazzo o la ragazza ad avere un pizzico di orgoglio sulla sua identità, sul continuare a
pensare con la sua testa e anche sul rispetto che anche lui o lei deve pretendere dalla
persona che dice di volergli bene».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 42 del 19 ottobre
