É difficile gestire il rapporto lavorativo quando il proprio referente prevarica. Bisogna
trovare il coraggio, nei modi giusti, per chiedere il rispetto
Ci sono capi autorevoli, con doti e capacità unanimemente riconosciute e quindi rispettati
in quanto tali. Ma ci sono anche capi autoritari, che tendono a esercitare il loro potere in
modo manipolativo o intimidatorio, invece che come veri leader in grado di motivare i
sottoposti. Un capo che spadroneggia non dà autonomia ai suoi collaboratori, ma ne
ispeziona ogni loro mossa: controllando in continuazione i progressi dei progetti,
chiedendo report giornalieri su compiti già sotto controllo, intervenendo per modificare
dettagli che non hanno bisogno di cambiamenti, continuando a dare direttive che fanno
sentire il collaboratore come se non fosse in grado di fare il proprio lavoro.
O, magari,
criticandolo davanti ai colleghi, con umiliazioni pubbliche – a volte urla – che possono
abbattere il morale e distruggere la fiducia nel gruppo. Di più se il capo alimenta o finge di
ignorare i conflitti tra i membri del team, favorendo alcuni dipendenti e sminuendo altri,
creando “fazioni” che competono per la sua approvazione e portando così a un ambiente
di lavoro altamente competitivo e ostile, dove la collaborazione è minata. C’è anche il capo
che non si fa mai carico di errori: se qualcosa va storto, è sempre colpa di qualcun altro e
non accetta né suggerimenti né critiche. Altri utilizzano il loro potere decisionale – per
promozioni, ferie, assegnazione di bonus… – per manipolare i sottoposti: per esempio
dando i compiti più interessanti o vantaggiosi a chi gli è più “comodo” o accondiscendente
ed escludendo da avanzamenti di carriera e soddisfazioni chi non è nel “cerchio magico”.
E che dire del capo che fa sentire in colpa il lavoratore che non si ferma oltre l’orario di
lavoro o a cui chiede di continuo straordinari che diventano ordinari o che non risponde
mai a domande di chiarimenti, alle email alle telefonate?
«Il tema, in questo caso, è quello dei limiti», commenta Benedetta Comazzi, psicologa a
Milano. «In una situazione del genere è necessario imparare e dire di no e a mettere dei
confini: gli altri possono rispettare il limite, ma solo se noi glielo diamo. Molto spesso le
persone fanno fatica a mettere dei paletti perché hanno la sindrome della “brava
bambina”: devono sempre fare e fare di più , per dimostrare di essere in gamba e far sì
che l’altro li accetti, li consideri e li gratifichi dando loro nuovi compiti, in una spirale senza
fine. Si fa fatica a dare un limite perché altrimenti ci si sentirebbe cattivi, incapaci,
inadempienti. È una dinamica molto frequente, perché questo tipo di bisogno – essere
riconosciuti, accettati, considerati dall’altro – è molto diffuso. È chiaro che se non siamo noi
a dare il limite, l’altro non lo rispetta. Ma una lavoro pesante, in un ambiente di lavoro
sereno, è quasi sempre molto meno faticoso di un lavoro meno impegnativo ma con un
capo sbagliato, per esempio una persona che ha conquistato un ruolo dirigenziale ma è
frustrata in altri ambiti della vita – personale, caratteriale, in famiglia, con i figli… – e quindi
esercita il massimo del potere nell’unico campo in cui può farlo, diventando pericoloso».
Come difendersi? «Fermo restando la possibilità di continuare a guardarsi intorno per
cercare un posto di lavoro più gratificante, innanzitutto bisogna provare a dare dei limiti e a
dire dei no. Poi, confrontarsi con i colleghi: se altri riescono a farsi valere, a essere più
assertivi, si può provare a capire come hanno fatto a migliorare la situazione, come sono
riusciti a mettere in atto dei cambiamenti. Altra strada, utilizzare il cosiddetto “pensiero
laterale”, una creatività che ci porta ad affrontare le situazioni quotidiane a cui non
possiamo sfuggire con un approccio un po’ diverso dal primo che ci verrebbe in mente.
Non si tratta di trovare a tutti i costi il lato positivo nello stress dovuto alla relazione con un
capo tiranno, ma provare a prenderlo in modo più leggero, pensando che si tratta di una
persona più debole di quella che pretende di apparire oppure cercando dei benefici in ciò
che siamo costretto a fare: per esempio, se il capo impone di fermarsi oltre l’orario di
lavoro, qualche vota si può proporre ai colleghi di andare poi a fare un aperitivo o una
pizza tutti insieme, così da godersi un bel momento dopo l’obbligo, alleggerendone il
carico emotivo».
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «In
ogni ambito della convivenza – umana, lavorativa, sociale – c’è sempre da confrontarsi col
modo col quale l’altro concepisce, sviluppa e vive il suo ruolo. Al di là delle cariche e del
rispetto dovuto, alla base ci deve essere sempre la dignità della persona e del lavoratore
che è al di sopra dei titoli, che rispecchiano responsabilità diverse, che comunque devono
convergere al bene comune. Chi dirige deve sapere che se un lavoro viene fatto in
armonia, ci guadagnano tutti :in termini di serenità, ma anche di corresponsabilità.

La
subordinazione fine a se stessa non facilita i rapporti umani e nemmeno la resa
professionale. Chi subisce prevaricazioni o torti deve trovare il coraggio, nei modi e nelle
forme dovuti, di evidenziare ingiustizie e incongruenze, senza offendere ma chiedendo il
rispetto dei propri diritti, in modo chiaro e assertivo. Se la situazione diventa insostenibile,
è bene considerare di parlare con un responsabile delle risorse umane. Se ci fossero
ritorsioni che arrivino fino al mobbing, non si deve esitare a cercare tutela legale o
sindacale per riacquistare la propria dignità e serenità sul posto di lavoro. Chi difende i
propri diritti non si deve mai sentire in torto».
Mariateresa Trtuncellito
In “Maria con te”, n. 39 del 28 settembre


