A volte scappano parole volgari, o frasi razziste. Altre finisce addirittura in rissa. Non è
semplice tifo, o supporto è come se la partita o la gara del proprio bimbo tirasse fuori il
peggio degli adulti.
Lodi, novembre 2025. Durante una partita di Pulcini (bambini tra gli 8 e i 10 anni) tra
Montanaso e Usom Melegnano, un papà ha reagito a una decisione dell’arbitro arbitrale
lanciando un grosso sasso in campo e brandendo anche un pezzo di ferro. È intervenuta
la polizia. Torino, sempre a novembre, campionato Under 18. Mentre si gioca Rapid Torino
e San Giorgio Torino, sugli spalti è esplosa una furiosa discussione tra due mamme, che si
è poi allargata ad altri genitori, con giocatori che hanno tentato di raggiungere il pubblico
per sedare la rissa. L’arbitro ha sospeso l’incontro, la Corte Sportiva d’Appello Territoriale
ha assegnato la sconfitta a tavolino ad entrambe le squadre, sanzionando anche le
società. Collegno, settembre 2025. Al torneo giovanile Super Oscar un genitore ha
scavalcato la recinzione e ha colpito con pugni e calci il portiere avversario di 13 anni,
provocandogli una frattura al malleolo e contusioni allo zigomo. L’uomo è stato identificato
dai carabinieri e denunciato. Desio (Monza e Brianza), campionato Pulcini. Una madre ha
lanciato insulti razzisti a un bambino avversario, costringendo la società ospitante a
chiedere l’allontanamento dei genitori responsabili. Cronache da spalti, la domenica,
mentre in campo giocano bambini che non hanno ancora imparato il fuorigioco. Urla,
insulti volgari all’arbitro, minacce agli allenatori, risse sfiorate – e a volte consumate,
aggressioni. Partite giovanili, anzi infantili, sospese. Padri, ma anche madri, sempre più
spesso coinvolte in una spirale di animosità che nulla ha a che fare con lo sport e molto
con le frustrazioni degli adulti. Non sono semplici “discussioni da campo”: si tratta di
violenza fisica e verbale, che mostra che la competizione, senza regole di rispetto e
contenimento emotivo, può degenerare persino in contesti in teoria educativi come lo sport
giovanile. Ed evidenzia come la pressione sociale sui figli possa spingere alcuni genitori a
perdere il controllo in modo allarmante. La domanda, allora, non riguarda solo lo sport:
cosa stiamo insegnando ai nostri bambini, mentre li guardiamo giocare? «Tutto ciò rientra
in un bisogno i sfogare la rabbia del genitore, che molto spesso proietta nel figlio i suoi
desideri di successo e di riuscita», conferma Benedetta Comazzi, psicologa a Milano.
«Magari sono adulti che avrebbero voluto fare uno sport e non l'hanno potuto fare; spesso
sono genitori che, oltre a non avere una corretta gestione delle emozioni, vedono i figli
come un prolungamento di sé e se il bambino o il ragazzo non riesce ad avere successo la
ferita narcisistica colpisce in realtà il padre o la madre, che perde completamente il lume
della ragione, spesso i genitori che non sono assolutamente in grado di avere una corretta
gestione delle loro emozioni. Oltre a dare un esempio di violenza, la conseguenza ulteriore
è che l’adulto si sostituisce al figlio nella gestione di una sua frustrazione, di una sua fatica
sua e quindi è un comportamento sbagliato due volte da un punto di vista educativo». Non
potendo obbligare i genitori ad affrontare le loro frustrazioni, magari con l’aiuto di un
esperto, le regole per impedire queste degenerazioni già esistono, ma spesso non
vengono fatte rispettare: allontanamento del genitore violento, divieto di accesso ai campi,
per le società sportive che tollerano, obbligo di risponderne. Ma anche aree dedicate ai
genitori distanti dal campo, presenza di un volontario o un dirigente addetto alla gestione
del pubblico e, perché no, incontri di formazione obbligatoria dedicati ai genitori dei ragazzi
iscritti alla società sportiva, che, oltre a spiegare le sanzioni, mettano in luce i danni
psicologici sui figli, perché non tutti si rendono conto anche di quanto il loro
comportamento ferisca i bambini, facendo parlare anche loro.
Aggiunge padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo:
«Purtroppo oggi i genitori, il cui compito sarebbe anche valutare le reali capacità dei figli
per orientarli in attività che possano renderli davvero felici, a volte ne diventano i peggiori
detrattori: perché non li aiutano a crescere nella pratica sportiva, nel confronto leale, nel
capire che si gioca per la squadra e non per emergere come singoli.

I ragazzi vengono
invece stimolati e condizionati a primeggiare a qualsiasi costo e quindi qualsiasi limite da
parte degli allenatori o degli arbitri viene vissuto dai genitori come un ostacolo al loro
successo e non come uno stimolo a fare meglio, quando magari al bambino interessa
soprattutto l’amicizia con i compagni e non l’essere il capocannoniere. Magari i ragazzini
affrontano eventuali scontri con molta serenità, perché lo considerano parte del gioco,
mentre i genitori li vedono con un’offesa, una prevaricazione, un’onta al figlio che
considerano il migliore di tutti a prescindere con un incalcolabile danno educativo. Che,
purtroppo, non di rado spinge i ragazzini a mollare tutto, a lasciare lo sport perché non fare
nulla è meglio che sentire di deludere le aspettative di mamma e papà».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 4 del 25 gennaio


