Quello shopping compulsivo online

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Il rischio di non controllarsi negli acquisti aumenta a dismisura quando si naviga su Internet, o sulle app dello smartphone. Come difendersi? Pensando sempre ai veri bisogni

C’è chi scrolla per noia, chi “solo per dare un’occhiata”. Ma basta un clic e ci ritroviamo con un
carrello pieno di cose che fino a un minuto prima non sapevamo nemmeno esistessero. Nell’era
dei negozi virtuali aperti h24, l’acquisto compulsivo è una tentazione quotidiana, un riflesso più
che una scelta. E allo stesso ritmo in cui compriamo, vendiamo. Per liberare spazio, per sentirci
virtuosi, per giustificare la prossima offerta imperdibile.

È il nuovo ciclo infinito del consumo
digitale — compra, pentiti, rivendi, ricomincia — che ci fa credere di essere sempre di aver fatto
un buon affare, quando forse siamo solo dentro a un’abitudine che non controlliamo più. «È una
problematica diversa rispetto a quella dello shopping compulsivo nei negozi perché risulta
veramente facile», conferma Benedetta Comazzi, psicologa a Milano. «Non si esce di casa e quindi
non c’è bisogno nemmeno di cambiarsi d’abito, le offerte sono allettanti, si clicca, non si deve
aprire il portafoglio e il gioco è fatto.

L’aspetto psicologico alla base è sostanzialmente una
gestione errata delle emozioni, equiparabile a ciò che accade in chi mangia in modo discontrollato
per gestire le proprie emozioni: l’acquisto o la vendita compulsiva serve in qualche modo a
riempire un vuoto emotivo o per silenziare emozioni che non sanno gestire in altro modo.

In fondo, capita a tutti di avere un’amica che, vedendoci tristi, per consolarci ci dice “Ti porto a fare
shopping”, come se occupassimo lo spazio dell’emozione riempiendoci di cose, che poi, magari, il
giorno dopo ci hanno già annoiato o non ci piacciono più».

Succede anche quando si vendono, o
più spesso si svendono, capi di abbigliamento o oggetti per pochi euri: un guadagno piccolo, sì, ma
senza un investimento, senza alcuna fatica o impegno di tempo, ma con uno scambio facilissimo e
rapido. «Anche se si è consapevoli del fatto che il più delle volte ci si perde, resta il fatto che si
stanno vendendo cose per le quali i soldi sono stati spesi mesi o anni prima e il gruzzoletto, pur
modesto, dà la sensazione di aver guadagnato con una gratificazione che assomiglia a quella che
dà il gioco d’azzardo, anche fatto con i pochi euri spesi per un gratta e vinci. Il problema è che la
facilità con cui avviene il tutto comporta anche una minore durata della soddisfazione
dell’acquisto o della vendita, e quindi se ne ha bisogno più spesso: comprare una borsa che si
desidera da tempo in un negozio “fisico” comporta ritagliarsi il tempo per farlo, andare a vederla,
toccarla, scegliere i colori, vivere un’esperienza d’acquisto la cui gratificazione dura sicuramente
più a lungo. Consideriamo anche questo aspetto, prima di lasciarci andare alla facilità del click».

La compulsione prospera nell’automatismo: si può mettere un freno eliminando le app dei
marketplace dal telefono e i metodi di pagamento salvati, uscendo dai gruppi social di
svendite/occasioni così da non avere stimoli continui, imponendosi di aspettare 24 ore prima di
cliccare su “compra ora”, così che passi l’urgenza emotiva, stabilendo un budget massimo mensile
e un massimo di oggetti da vendere. E facendo cose che nutrano l’anima: una passeggiata,
coltivare un hobby, dedicare tempo agli altri… Se la vita si riempie di cose vere, servono meno
pacchi.
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «Oggi spesso
non si acquista ciò che è utile, ciò che ci serve o addirittura ciò che ci piace, ma ciò che ci impone la
moda o la pubblicità. Anche questo spersonalizza, impedisce di essere se stessi per adeguarsi a un
processo di massificazione che ci vuole tutti uguali. E ci sono diversi problemi che possono
emergere quando un membro della famiglia sviluppa una dipendenza dalle compravendite on line.
Oltre all’esempio di consumismo 2.0 che si dà ai figli, gli acquisti compulsivi, che spesso sono la

Padre Giovanni Calcara

spia di tristezza, rabbia, noia, solitudine, possono incidere sul bilancio familiare, riempire la casa di
oggetti duplicati o inutili, renderci vittime di truffe, con articoli contraffatti, che non corrispondono
alla descrizione oppure incautamente comprati su piattaforme di e-commerce fasulle che copiano
quelle vere, salvo intascarsi i soldi senza mandare la merce. Per i ragazzi, poi acquisti e rivendite,
magari di articoli firmati, spesso sono una modalità di speculazione, una via per fare “soldi facili”,
portandoli a trascurare lo studio o a impegnarsi nella ricerca di un lavoro. Aggiungerei anche le liti
tra i coniugi quando ogni giorno arriva un pacco di cui l’altro o l’altra non sapeva nulla, minando la
serenità familiare con discussioni per le spese, per la mancanza di trasparenza o per il sentirsi
giudicato e frainteso».

Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 2 – 11 gennaio

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