Mettere in discussione le valutazioni degli insegnanti può essere segno o di una
protezione “narcisistica”, o di una carenza educativa che mina la futura maturità
nell’affrontare le difficoltà
Ha fatto rumore il recente caso dei genitori di uno studente siciliano promosso con 9 agli
esami di terza media che hanno fatto ricorso al T.A.R. chiedendo l’annullamento delle
prove d’esame perché, a loro avviso, il figlio avrebbe meritato un 10. I giudici hanno
rigettato la domanda, perché il ragazzo era stato ammesso all’esame con 9 e nelle due
prove di lingua aveva preso 8. Un caso paradossale, ma l’ennesimo di quelli a tema
scolastico – di solito riguardano le bocciature – che vanno ad appesantire la Giustizia
italiana.
Ma anche un paradigma del fatto che tante famiglie non riescono ad accettare le
valutazioni che i docenti fanno dei loro figli: contestandoli ai colloqui, contrattando sui voti
e minandone l’autorevolezza con i ragazzini, considerati troppo spesso dei geni
incompresi o, comunque, non meritevoli di giudizi o voti severi.
Per Benedetta Comazzi, psicologa a Milano, «I genitori che si comportano così danno ai
figli un messaggio sbagliato. Queste situazioni nascono quasi sempre da un bisogno dei
genitori stessi, e non dei ragazzini: sono madri e padri che mirano ad avere il massimo
riconoscimento per il loro figlio, che deve essere il primo e non di meno. Spesso perché
viene visto come una proiezione narcisistica: “Deve avere 10, perché sono io che prendo
10 come genitore. Se mio figlio non viene riconosciuto nel massimo del suo valore, viene
messo in discussione anche il mio valore di genitore”. L’errore sta anche nel fatto che è un
atteggiamento che educa alla perfezione che non esiste e al contempo non educa a
tollerare la frustrazione: anche di aver preso “solo” 9 nonostante ci si sia impegnati giorno
e notte». Senza contare il senso di angoscia che potrebbe nascere nel ragazzo che vede
mamma e papà delusi e arrabbiati per qualcosa che lo riguarda, per di più nel momento in
cui si appresta a iniziare un nuovo percorso scolastico, quello delle superiori, con tante
incognite.
Continua la psicologa: «Certo, è importante insegnare ai figli il valore di dare
sempre il meglio di sé e di puntare al massimo, ma con un esame di realtà. E poi non è il
genitore che deve porsi il problema della correttezza della valutazione, è il figlio che, al
massimo, è autorizzato a dire che non si sente rispettato da una valutazione. Sarebbe
importate aiutarlo a sviluppare la sua conoscenza critica, così che possa imparare a
giudicare lui se ha avuto un voto corretto oppure no, se vuole migliorarlo e come può fare.
I genitori non c’entrano. Anche perché il voto è solo un aspetto del percorso scolastico e
andrebbe utilizzato come uno degli strumenti di monitoraggio del risultato raggiunto,
insieme al parere dei docenti, al feedback dei figli stessi, allo sviluppo di nuove abilità: ci
sono tanti elementi da cui si può capire se un figlio sta effettivamente migliorando nel suo
percorso di studi, se ha fatto progressi, migliorato le sue conoscenze e le sue capacità di
analisi. Il voto spesso viene idealizzato e in fase di colloquio sono proprio i docenti che
dovrebbe aiutare i genitori a ridimensionarne il peso. L’aspettativa sui voti, caricati in modo
esagerato e poco sano, diventa fonte d’ansia: come se non fossero una misura di quanto
è stato assimilato del lavoro svolto, ma piuttosto la misura del valore della persona. E ciò è
assolutamente sconsiderato, oltre a minare l’autostima dei ragazzi.
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «Oggi
per tutte le scuole pedagogiche anche in campo educativo ecclesiale, il problema è dei
genitori-educatori che non sanno vivere il proprio ruolo e si fanno condizionare dall’essere
accettati, dal piacere ai figli, agli amici, ai parenti: ciò pregiudica la serietà di un processo
di educazione e confronto in cui ognuno non vive più il ruolo che gli spetta, ma segue le
mode, accondiscendendo anche alle richieste più inaccettabili da parte dei ragazzini. E

quindi madri e padri, invece di essere un punto di riferimento e di aiuto, diventano i
principali responsabili del fatto che bambini e adolescenti finiscono per credere che tutto è
permesso e anche tutto è dovuto. E se capita l’imprevedibile, se non arriva quanto ci si
aspetta, ecco che i genitori provvedono a mettere tutto a posto, deresponsabilizzando i
figli e anche il valore del merito. Bisognerebbe far capire al ragazzo che vale non perché
ha preso il massimo, ma perché gli è stato riconosciuto il suo valore nello studio e nel
rendimento. Ogni altra iniziativa si traduce in una interferenza che non è accettabile da un
punto di vista pedagogico, ma soprattutto mina anche agli occhi dei ragazzi il senso di
responsabilità dei genitori: la difesa a oltranza, senza tenere conto della realtà, pregiudica
anche la maturità di affrontare le difficoltà che, inevitabilmente, nel processo di crescita la
vita presenterà loro».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te”, n. 40 del 5 ottobre
