Quando a casa si scoppia di cose di cui non ci si vuole disfare

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A volte si tratta di un’innocua nostalgia, un legame, specie negli anziani, coi ricordi del passato, ma altre accumulatore seriale di oggetti soffre di un vero e proprio disturbo che va riconosciuto e curato

Più che una casa, un magazzino: non c’è uno spazio che sia libero, ogni stanza, ogni
angolo disponibile è invaso da oggetti, scatole, scaffali pieni di cose. Corridoio e balcone
compresi. Dall’armadio alla scarpiera, dal mobile della cucina al cassetto del bagno tutto è
pieno all’inverosimile e spesso fatica a stare chiuso. Il frigo trabocca di cibo e la cantina
di… “non si sa mai”.

Si tengono anche i ricordini – biglietti del cinema, scontrini, ritagli di
giornale, tappi di champagne – i vecchi interruttori sostituiti, il telecomando che non va più
“ma i pezzi magari…”

Un vizio, o forse un bisogno, che colpisce uomini e donne e a
qualunque età e che può diventare un problema quando gli altri componenti della famiglia
sono costretti a vivere in mezzo a mille cianfrusaglie o a rinunciare ai loro spazi invasi da
roba altrui. Accumulatori compulsivi si nasce o si diventa?

«Ci sono varie condizioni per le quali una persona accumula» premette Benedetta Comazzi, psicologa a Milano. «C’è la
persona molto anziana che ha vissuto la guerra o la povertà e quindi tiene ogni scatola e
ogni nastrino e ha la dispensa sempre piena: ha sperimentato mancanze importanti e ha
un atteggiamento difensivo che la porta ad accumulare anche se ha il supermercato sotto
casa. È tra le condizioni meno preoccupanti. Poi ci sono situazioni più patologiche: un
disturbo ossessivo-compulsivo, per il quale non si riesce a buttare cose vecchie, rotte,
usurate perché ciò rientra nel meccanismo delle compulsioni che servono a placare le
ossessioni e un livello d’ansia importante.

L’accumulatore compulsivo alla “Sepolti in
casa”, la trasmissione di Real Time, che rischia di vivere anche in condizioni igieniche e di
sicurezza scarse, tende alla trascuratezza perché afflitto da uno stato depressivo.
L’accumulatore compulsivo “classico”, invece, colui che è incapace di separarsi dagli
oggetti e ha bisogno di acquisirne in quantità eccessiva, soffre di un disturbo chiamato
distoposofobia. Ci sono studi che hanno evidenziato che negli accumulatori ci sono
disfunzioni nelle aree cerebrali deputate alla capacità di prendere decisioni, all’evitare
errori, alla motivazione: di fondo, è come se ci fosse una sorta di insicurezza detta da una
disfunzione neurobiologia. Senza parlare di ereditarietà, anche la componente genetica
può avere un ruolo nell’aumentare la vulnerabilità a questo tipo di comportamento, ma di
sicuro incide di più quella ambientale, per cui si può apprendere l’accumulo da genitori che
a loro volta ammassavano roba.

In altri casi, il meccanismo può essere scatenato da
vissuti traumatici, come lutti, separazioni, abbandoni complicati o eventi molto stressanti
che portano a mettere in atto una risposta estrema che sta sul fronte opposto di una
perdita. Un’altra spiegazione correla l’accumulo compulsivo alla fatica nell’allacciare
legami affettivi: gli oggetti diventano un modo per riempire un vuoto emotivo. In altri casi, è
una sorta di evitamento comportamentale: evito di buttare, evito di decidere, evito di
occuparmene adesso, me ne occuperò poi e intanto accumulo, accumulo, accumulo…
Infine, ci sono persone che sono più o meno patologicamente non strutturate da un punto
di vista cognitivo e identitario: essere sommersi da cose diventa un modo paradossale di
definizione della propria identità». Come si cura? «Se si tratta di un disturbo ossessivo-
compulsivo, a seconda della gravità, può essere utile un intervento farmacologico. Se
l’accumulatrice è la nonna che ha fatto la guerra, va bene così: magari le si butta via
qualcosa di nascosto, ma un po’ meglio lasciarla fare, perché ha per lei ha una funzione
tranquillizzante. Se si tratta di disposofobia, meglio rivolgersi a un esperto – psichiatra,

psicologo o psicoterapeuta – che con un tipo di psicoterapia cognitivo-comportamentale
che lavora sui pensieri e le azioni può agire sulla disfunzione».

Ironizza padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo:
«Gesù nel Vangelo dice che bisogna accumulare per il Regno dei Cieli, ma c’è chi
preferisce accumulare nel suo regno domestico. Per gli anziani ci vuole un po’ di
comprensione, se hanno vissuto tristi periodi in cui accumulare era necessario, perché
non si aveva la certezza del domani, e qualsiasi cosa – dal laccio di scarpe al chiodo –
veniva ritenuto utile in caso di bisogno imprevisto.

Padre Giovanni Calcara

Un modo per aiutare chi esagera
potrebbe essere cercare di fargli capire che l’accumulo può poi trovare uno “sfogo” nel fare
del bene, dando le cose ammassate e per lo più inutilizzate a chi ne ha bisogno – poveri,
famiglie disagiate, disoccupati… – magari sfruttando la piazza virtuale dei social o la
Caritas. Se il disturbo è molto grave, tanto da mettere a rischio la sicurezza della casa,
oltre che la pace domestica, bisogna avere il coraggio di affrontare la persona perché
venga messa di fronte alle sue responsabilità verso il resto della famiglia e magari dei
vicini, col rischio di incendi, crolli, di attirare ladri che immaginano chissà cosa possa
esserci nel garage e così via, così che capisca l’eventuale necessità di ricorrere all’aiuto di
un esperto».

Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 45 del 9 novembre

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