Quando non si possono realizzare i loro desideri, anche per motivi economici, scatta nei
genitori un senso di frustazione. Ma spiegarne le ragioni può essere un’occasione di
crescita
Dire no a un figlio non è una passeggiata. Di più se il diniego riguarda un corso, un sogno
professionale, un’opportunità che sembra decisiva. Sono i no detti al ragazzo o alla
ragazza che torna a casa entusiasta perché ha visto un corso di recitazione, di musica, di
grafica. Ma anche i no a una scuola privata che promette sbocchi sicuri, a un master che
apre tutte le porte, all’anno di superiori all’estero.
Il costo è alto, le rate lunghe, il bilancio familiare fragile.
E genitori si trovano spesso a pronunciare frasi che non avrebbero voluto
dire: “Non possiamo permettercelo”, “Aspettiamo”, “Non ora”. Non è solo imporre una
rinuncia materiale: è la paura di spegnere un talento, di passare per quelli che non
credono abbastanza nelle potenzialità del ragazzo o della ragazza. I genitori si trovano
sospesi tra il desiderio di dare tutto ai figli – innanzitutto il futuro – e la necessità di fare i
conti con il presente. Eppure, quei no — se spiegati, condivisi — possono diventare uno
spazio educativo: non muri che fermano, ma argini che insegnano il valore delle scelte, del
tempo, dell’impegno. La sfida non è solo dire no, ma trasformarlo in un’occasione per
responsabilizzare i figli, aiutarli a distinguere tra desiderio e progetto, e accompagnarli a
costruire i propri sogni con maggiore consapevolezza. Commenta Benedetta Comazzi,
psicologa a Milano.
«Solo quaranta anni fa – parliamo degli anni 80 – succedeva spesso
che adolescenti e giovani ricevessero dinieghi, perché le condizioni economiche erano
diverse e non c’erano tutti questi scrupoli nei confronti della frustrazione dei figli: non si
può. Punto. Anzi, spesso i figli non osavano nemmeno chiedere perché sapevano che
avrebbero incassato un rifiuto. Oggi è scoppiata una bomba di consapevolezza: i genitori
sanno di generare frustrazione, sono consci di passare per insensibili e si sentono sotto
esame. Da una parte è positivo, ma ciò ha portato i genitori a mettersi troppo in
discussione: per cui il “no” al figlio diventa una sorta di auto-giudizio negativo. Anche se si
deve a condizioni oggettive – come il bilancio familiare – serpeggia il tarlo “Io non sono un
bravo genitore perché non sono in grado di garantire a mio figlio questa esperienza”. Di
più in un contesto di confronto con gli altri: “Io non posso, ma la figlia dei vicini parte per
l’Irlanda”, che rabbia… L’impossibilità viene vissuta male soprattutto dal genitore, perché i
ragazzi spesso sono in grado di trovare strade alternative, hanno più capacità adattativa e
rigenerativa degli adulti, e magari il modo per imparare a sciare lo trovano. E in generale è
anche educativo che i giovani imparino ad avere a che fare con dei no: altrimenti creiamo
una generazione di adulti che non saranno mai in grado di reggere la frustrazione quando
le cose non vanno come vorrebbero». E se il figlio rinfaccia, pianta il muso? «Bisogna
mostrarsi sicuri nella propria decisione, mantenendo il limite, perché il rischio è di finire in
una contrattazione: “Non ti mando al corso di teatro, ma ti compro un monopattino”. Ci si
contraddice, e passa il messaggio che il no non era davvero un no, e magari la prossima
volta, insistendo di più, potrebbe diventare un sì». Oggi responsabilizzare i figli non
significa dire solo “non possiamo”, ma aprire una finestra sulla vita adulta. Raccontare
cosa vuol dire tenere insieme spese, imprevisti, priorità. Mostrare che i sogni non vengono
cancellati, ma rimandati, riorganizzati. Insegnare che la speranza non dipende solo dal
denaro, ma dalla capacità di adattarsi, reinventarsi, cercare strade alternative: iniziare con
un corso on line meno costoso, cercare borse di studio e concorsi, fare esperienza gratuita
nel settore, contribuire con un lavoretto o risparmi propri, per condividere la responsabilità,
capire che anche gli adulti fanno rinunce, e che la vita non è una vetrina infinita di
opportunità tutte accessibili.
Per padre Giovanni Calcara, domenicano caccamese, «i genitori devono aiutare i figli a comprendere che c’è un
tempo per ogni cosa, e che se al momento non c’è la possibilità economica di realizzare
un progetto, un desiderio, è importante soprattutto perseverare perché le cose possono
cambiare e le occasioni possono arrivare. Se invece i ragazzi fini da piccoli non sono
educati ad avere nessun limite e a essere accontentati in tutto, è chiaro che poi non
distinguono più il valore e il senso delle loro richieste, dalla cosa più futile come avere il
giubbotto di moda al programmare una spesa per la propria formazione culturale e
professionale.

E vanno in crisi perché vedono l’amico partire per una università al nord,
anche perché magari le scelte altrui appaiono più attraenti perché lasciano immaginare
libertà e divertimento, più che per la reale preparazione culturale, psicologica e
professionale che danno. Di sicuro è opportuno valutare le possibilità della famiglia
all’inizio del percorso di studi, ma anche la disponibilità del ragazzo a lavorare mentre
studia, ad allontanarsi da casa o a cominciare col risparmiare mance e regali di Natale e
compleanno dei parenti, invece di spendere tutto per vestiti o per uscire al sabato sera».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 5 – 1 febbraio


