Passata l’euforia della convivialità e dei brindisi, dopo delle feste o delle occasioni particolari come compleanni o ricorrenze varie, come anche delle uscite dei fine settimana al ritorno della routine se l’ago della bilancia sale verso l’alto, spunta l’ansia per quella fetta di panettone in più.
E insieme riaffiorano gli standard, i confronti, le aspettative: “Ho esagerato”. Il cibo delle feste da gioia si trasforma in misura del nostro valore. C’è chi inizia a programmare dieta drastica e sedute in palestra per metter-si a stecchetto e ri-mettere le cose a posto, anche se per molti resterà solo un proposito da riformulare al momento della famigerata prova-costume…
«L’ansia per i chili di troppo non conosce stagione», conferma Benedetta Comazzi, psicologa a Milano. «Anche perché il meccanismo che sta alla base è sempre il medesimo: la paura di perdere il controllo. All’interno della dinamica delle feste a maggior ragione, perché è come se si contrapponesse l’area del piacere da una parte – il contesto festivo per cui ci si lascia andare un po’ di più, si allentano i limiti, ci si rilassa e ci si sente felici realizzando un bisogno primario, il nutrirsi, ma in allegria – e la dimensione del dovere, sia sotto il profilo estetico che della salute. Il tutto in un contesto sociale in cui l’attenzione al corpo è molto elevata».
Durante le feste mangiamo in modo più libero, spontaneo, conviviale. È normale. Ma molte persone vivono il rapporto con il cibo entro schemi rigidissimi: calorie, regole, divieti.
Quando questi schemi saltano, si attiva l’ansia: “Ho perso il controllo, devo recuperare subito”.
Non è fame: è paura di non essere all’altezza delle nostre stesse aspettative. Viviamo all’insegna della performance, immersi in una mentalità che valuta tutto: lavoro, obiettivi, forma fisica. Il corpo diventa un progetto da migliorare, un indicatore di efficienza, volontà, autodisciplina. E anche qualche chilo in più dopo le feste viene letto come un “fallimento”, non come un evento fisiologico normale. E mettici pure la zia o la cognata che, magari pensando di essere simpatica (ma magari no), ci ha rivolto un commentino del tipo “Ma ti trovo bene, sei ingrassata?” o il fratello che dice a nostro marito “Ma tu vedi che bella panza che ti è venuta…”.
«Al di là delle intenzioni dei parenti, il corpo è la prima cosa che noi presentiamo di noi stessi agli altri. E viviamo in un’epoca in cui commentare il corpo – proprio o altrui – occupa una parte ampia delle relazioni. Un tasto che, più o meno, è dolente per tutti», continua la psicologa. Nonostante le campagne contro il body shaming, cioè la pratica di ridicolizzare qualcuno per il suo aspetto, nella quotidianità chiunque si sente in diritto di giudicare il corpo degli altri e questo diventa un elemento di ulteriore preoccupazione.
«L’ansia dei chili di troppo si basa spesso su un concetto irrazionale», continua l’esperta. «Se ci si mette a dieta per tre giorni, non si perdono dieci chili. Esattamente come se si è mangiato in modo un po’ incontrollato tra Natale e Capodanno non si prendono dieci chili. Ciò che provoca l’ansia è qualcos’altro: proprio il senso di colpa per essere stati incapaci di mantenere il rigore abituale, magari quello che ci aveva permesso faticosamente di raggiungere un peso forma che ci rendeva soddisfatti e che, in poco tempo, ci sembra di aver gettato alle ortiche». Insomma: più che una questione di panettone, è una questione di mente. Come disinnescare questa ansia? Ricordandoci che il corpo è dinamico, che le variazioni di peso dopo le feste sono fisiologiche e temporanee, spostando l’attenzione dal confronto con gli altri all’attenzione a noi stessi: dormire meglio, muoversi, idratarsi e, sì, anche ricominciare a mangiare in maniera “normale”.
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «Il problema nasce dai criteri estetici che oggi si impongono attraverso social e influencer che non hanno alle volte nulla a che vedere con la realtà. Ognuno ha una sua identità fisica che è legata anche alle condizioni di salute, alle scelte alimentari possibili in base allo stile di vita e alla disponibilità economica, all’ambiente, al tempo trascorso in palestra e anche al ricorso – fino all’abuso – di ritocchini e trattamenti estetici.

Occorre prendere coscienza della propria identità che non può essere “per forza” uguale agli altri, non deve essere omologata, ma valorizzata proprio nella sua unicità. Senza mai dimenticare che non siamo solo corpo: ci si distingue non soltanto per le capacità fisiche, ma anche per la nostra intelligenza, per il nostro modo di essere, per il nostro cuore».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 1 – 4 gennaio 2026
