Termini Imerese: c’era una volta a “Liatura”

A cura di Nando Cimino

Condividi questo articolo




Probabilmente erano anche di più; ma di due si hanno ancora oggi ricordi.
 
Si narra fossero particolarmente brave, o almeno così si credeva; ed una di queste chiamata Mimidda a pignatiddara, pare abitasse nella zona dell’Annunziata.
 
In genere vi faceva ricorso l’uomo che magari respinto da una ragazza di cui si era innamorato, si rivolgeva a qualche mavara proprio per preparare la cosiddetta “liatura”; ovvero una sorta di rito magico con cui legare indissolubilmente a se la donna desiderata.
 
Per far ciò si usava il cosiddetto pignateddu, per la cui preparazione si seguiva una particolare ritualità durante la quale elementi religiosi si intrecciavano, ed a volte in maniera molto folcloristica, con pratiche magiche o pseudo tali.
 
Non so di preciso cosa mettessero dentro questi pentolini; ho sentito parlare di un intruglio di varie erbe, ma anche del classico aglio o pure di pezzetti di zolfo; vi lascio quindi immaginare il fetore che dovevano emanare questi composti. Il tutto era ovviamente “condito” con le immancabili orazioni che, recitate dalla pignatiddara, accompagnavano la preparazione di questa ridicola “medicina”.
 
Non ho mai avuto occasione di assistere a qualcuna di queste “operazioni” e credo che ormai non ne avrò più la possibilità; sono infatti usanze scomparse che, ma in rari casi, resistono ancora in taluni strati sociali di qualche piccolo paese del nostro entroterra.
 
Mi viene quindi difficile, come ben capirete, riportarvi il tenore di queste orazioni; ma non mi sono dato per vinto e anni fa, parlando con una anziana signora che evidentemente ne era a conoscenza, mi trasmise questi suoi non più vividi ricordi che ho in parte ricostruiti e che qui vi riporto.
 
“Pi farici furriari lu sensiu e lu ciriveddu, cu vui o latu Signuri, priparu stu pigniateddu; ci mettu intra sti cosi e lu fazzu addumari quantu di tia nun s’avi a scurdari. La sò testa unn’avi aviri abbentu nun ci avi a sfurriari lu sintimentu; tantu avi a diri e tantu avi a fari ca idda cu tia s’avi a maritari.”
 
L’operazione riusciva solo se ci si trovava in presenza di qualche oggetto, ma a volte bastava anche solo un capello, appartenuto alla ragazza; ed il pignateddu garantiva sul fatto che la inconsapevole “vittima” potesse legarsi indissolubilmente al “suo” uomo al punto da acconsentire al matrimonio. Non so dirvi se funzionasse davvero ma era comunque una pratica molto diffusa….Qualcuno di voi ne ha personali ricordi !?
 
 
 


RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Himeralive.it






Scritto da:

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi alla redazione!