Termini Imerese: la storia di via Stesicoro

A cura di Nando Cimino

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TERMINI IMERESE
E’ un po lunga da leggere….ma ne vale la pena
ECCO LA STORIA DELLA VIA STESICORO

In questi giorni si sta rifacendo il manto stradale della via Stesicoro; importante arteria che taglia la città e che ne unisce la parte bassa con quella alta. Anticamente non era così; infatti, e questo fin verso la fine del settecento, era ancora integra la collinetta di Santa Lucia ed i viaggiatori che con i carretti volevano dirigersi in direzione Palermo o Messina, dovevano percorrere altra strada fuori le mura e che attraversava gli archi dell’antico acquedotto “Cornelio”. 

I documenti riportano che la costruzione della nuova strada si rese necessaria:
“(test)….per le giuste querele avanzateci non meno da questi paesani, che dalli forestieri, per essere in detta strada il passaggio di tutto il Regno…..”

Uno dei primi documenti in cui si parla di questa nuova via, che inizialmente si chiamò di Santa Lucia, ci indica la data del giorno 8 maggio 1787 come quella in cui vennero commissionati i primi lavori. In detto verbale i giurati della nostra città con in testa Don Francesco Maria Pulito, segnalavano che a causa dello sbancamento resosi necessario nei pressi del piano di San Carlo, si era staccata una frana che stava interessando le zone prospicienti allo scavo con il pericolo di crollo di alcune case vicine.

Ecco in particolare cosa vi è riportato: “…..In seguito si fecero li proclami, e colli soliti interventi si passò alla liberazione del partito in persona di Mastro Antonio La Cavara. Or datosi principio all’opera e levandosi la terra laterale e li fanghi a tenore della relazione, si ritrovarono che nelle mura laterali non vi era il pedamento bastante a sostenere la terra che sopravanza dalla superficie della strada di palmi 16….”

A quel movimento franoso si pose provvisorio riparo realizzando dei possenti sostegni di legno; la costruzione degli archi sarebbe infatti avvenuta in tempi successivi. Ma in fase di avanzamento dei lavori l’architetto palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia incontrò anche un’altra notevole difficoltà; ovvero quella dell’impervia salita che portava fino al Piano di Sant’Andrea dove c’era la chiesa ed il convento della Gancia.

In un primo momento, e per come ci dicono i documenti, si pensò di andar dritto; ma una attenta analisi della pendenza fece desistere da questa idea. Si decise quindi di aggirare l’ostacolo espropriando alcune terre della cosiddetta “Silva della Gancia”, parte delle quali appartenevano proprio al convento. Ne nacquero discussioni poi superate, ma che ritardarono ulteriormente i lavori che si protrassero poi fin verso la fine del secolo.

A seguito della costruzione di questa nuova strada si rese necessario anche lo sbancamento di altre vie per abbassarne il livello; una di queste fu la strada del Monastero (oggi via Garibaldi). Si realizzava così anche quella che sarebbe poi stata battezzata via Nuova Stesicoro; strada che ancora oggi tanti termitani chiamano popolarmente “u stratuni”.

Ed a pensarci bene il nome fu più che appropriato; infatti, a differenza del tratto che da Porta Euracea (Baddoma) arriva a San Carlo e che negli anni cinquanta del novecento era già stato lastricato con basole, questa parte rimase ancora per diverso tempo in terra battuta; mentre la definitiva asfaltatura dell’intero tratto avvenne negli anni sessanta.

E proprio tra gli anni cinquanta e sessanta, la via prese ad esser chiamata anche “a strata ri morti”; da li infatti e quasi con cadenza giornaliera, passava proprio a “carrozza ri morti” che preceduta dalle ghirlande apriva tutti i cortei funebri, allora seguiti rigorosamente a piedi, che dalla parte bassa della città si dirigevano al cimitero di Giancaniglia.

A differenza di oggi nella via c’erano diversi esercizi commerciali; fin prima della guerra vi è infatti documentata la presenza di un negozio di cereali gestito da tale D’Asaro Filippo Neri, poi uno di generi alimentari di Rosalia Gaeta, poi il mulino di donna Caterina Lo Faso, una piccola raffineria di zolfo di Longo Salvatore, un negozio di privative ovvero di articoli coperti da monopolio gestito da tale Carmelo Ignazio Mirabella, poi ancora al n°81 il negozio di generi alimentari di Nino Pedone e don Totò Tantillo con la sua falegnameria.

Ma tra gli anni cinquanta e sessanta, ed escluse quelle attività presenti in Piazza San Carlo, in quella strada erano particolarmente conosciuti il farmacista D’Angelo che si trovava quasi al termine della via nei pressi di Piazza Umberto; e sotto, ma già vicino a Porta Baddoma, don Sariddu u firraru. Ma non mi sono certo scordato di un altro popolarissimo personaggio il cui negozio, quasi fosse un santuario e soprattutto in particolari periodi dell’anno, era meta di veri e propri “pellegrinaggi” da parte dei tanti contadini del circondario che vi si recavano per le più svariate esigenze.

U zzu Giuvanni Borzelliere originario di Cerda, e che tutti popolarmente chiamavano “u vardiddaru”, era infatti un abile artigiano che con l’aiuto della moglie si produceva nella realizzazione di vertuli, bardi ed anche otri per il mosto; e poi vi si trovavano pure tanti cuffuna che soprattutto durante la raccolta dei carciofi erano particolarmente richiesti.

Peraltro, e proprio fino a quegli anni, la via Stesicoro rimase la strada più transitata della città. Infatti non essendoci ancora l’autostrada, oltre che dal traffico interno essa veniva attraversata pure dai tanti veicoli che percorrevano la statale in direzione Messina o Palermo.

Ed in effetti la via è ancora oggi parte della statale 113; la stessa che giunta nelle vicinanze di Palermo, così come era in passato, è denominata via Messina Marine. A ricordarci ciò, e proprio nella salita della nostra via Stesicoro, ancora oggi resiste, ed è forse l’unica ormai rimasta in città, una vecchia pietra miliare (vedi foto) che serviva per la conta delle distanze chilometriche.


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