Termini Imerese: l’ogghiu pa maronna

A cura di Nando Cimino

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Novembre è il tempo in cui entra nel vivo la raccolta delle olive; e questo mi riporta in mente il racconto di un anziano nostro concittadino con cui ebbi modo di parlare anni fa; e che mi narrava di quando a Termini, si raccoglieva l’olio per l’Immacolata. Dovete sapere che fin nei primi anni del novecento, quando ancora nella nostra città l’agricoltura era fiorente, anche le offerte per le feste dei santi, venivano spesso fatte in natura e non in denaro.

Ed ecco che proprio ai primi di novembre, quando la raccolta delle olive si intensificava, nei numerosi frantoi della città, messi li in un angolo, spuntavano tanti cafisi con la scritta “Ogghiu pa Maronna”. U cafisu, parola che pare abbia origine dall’arabo “qafiz”, era un recipiente metallico che serviva per misurare l’olio. E quando i contadini, finita la spremitura, ritiravano il prezioso liquido; ognuno, secondo le proprie possibilità ed il quantitativo estratto, ne depositava un po al suo interno; e tutti erano felici e contenti per avere contribuito a mantenere viva l’antica tradizione della Immacolata.

Ed era proprio con questo semplice “rito” che, nella nostra città, dalla incrollabile fede mariana, già con molte settimane di anticipo, insieme al profumo dell’olio, si incominciava a respirare anche il clima della festa. Alla fine l’olio raccolto veniva portato in chiesa e, dopo essere stato benedetto dal sacerdote, lo si depositava nei magazzini.

 

Ma che fine faceva vi chiederete? Ad organizzare la raccolta era la confraternita; ed era quindi la stessa che si occupava pure di rivendere l’ogghiu binirittu. Il ricavato serviva ovviamente per finanziare la festa; si pagavano i ceri, l’apparaturi, i fuochi d’artificio, u priricaturi, la banda musicale; e, una parte, restava a disposizione del clero e della chiesa.

 

Offerto spesso dalle stesse macine, veniva raccolto anche l’olio cosiddetto “lampanti”; ovvero un olio di qualità scadente, e quindi non commestibile, che quando ancora non c’era la luce elettrica, veniva utilizzato per l’illuminazione.

 

Nella nostra chiesa Madre serviva soprattutto per alimentare due lampioncini che rimanevano sempre accesi ai lati della cappella della Immacolata, allora rigorosamente chiusa, o per quelli presenti nella cappella del SS. Sacramento e del Beato Agostino.

Ma, e ci sono anche documenti a provarlo, sempre con il lampante venivano accese pure le luminarie esterne proprio durante la festa del Patrono. Davanti alla chiesa infatti, ma anche nelle strade vicine, erano posizionate delle istallazioni scenografiche dette “piramidi”, sulle quali venivano poste centinaia di ciotoline di terracotta con dentro questo olio, che illuminavano le serate del “fistinu”.

C’è da aggiungere. per completezza di informazione, che a Termini la raccolta dell’olio veniva fatta anche per la festa del Crocifisso dei Cappuccini; e si raccoglieva olio anche nella chiesa dei santi Cosma e Damiano.


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