Se lei esce e lui sta col piccolo, che male c’è?

Mariateresa Truncellito – In “Maria con te”, n. 39 del 25 settembre

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Godere di tempo libero a vicenda giova alla coppia che ha figli in tenera età. Ma se è la mamma a ritagliarselo, i parenti del papà tendono a storcere la bocca. Un pregiudizio che
mina la serenità.

Elsa e Giorgio vivono in una cittadina di provincia del centro Italia. Sposati da quattro anni, sono genitori felici di Edoardo, 2. Elsa una o due volte alla settimana esce con le amiche:
per andare in palestra, prendere un aperitivo, fare shopping. E Giorgio si occupa del piccolo. I cognati che abitano nello stesso stabile, però, non perdono occasione per
lanciare frecciatine sulla “troppa libertà” che lui concede alla moglie. Giorgio ci ride su. Ma Elsa è un po’ seccata di essere messa in cattiva luce davanti.

«Chissà perché, sono convinta che se fosse stato il marito ad andare a giocare a calcetto o a bersi una birretta con gli amici nessun parente avrebbe alzato un sopracciglio», commenta ironicamente
Benedetta Comazzi, psicologa del centro polispecialistico Medikern di Milano. «È molto bello, oltre che necessario, che tra padre e figlio si sviluppi una relazione anche attraverso
momenti esclusivi. E anche che nel nucleo familiare si rispettino i bisogni di tutti. Se ciò non è un problema per la coppia, allora non deve esserlo per nessun altro: se marito e
moglie hanno trovato in questa modalità di gestione del tempo libero e della genitorialità un equilibrio che a loro va bene, potranno reagire alle critiche dei parenti in modo unito,
così da metterli a tacere». Anche perché spesso la stabilità di coppia è minacciata dalla situazione contraria: «Sempre tutti a casa, si esce e si fanno attività solo tutti insieme,
senza modificare la routine: una modalità di vita improntata all’annullamento delle due singole figure adulte, che però a un certo punto potrebbe essere vissuta come una
gabbia», avverte la psicologa.

«Tenendo conto di mentalità e caratteri, potrebbe essere utile spiegare ai parenti che le uscite della moglie mentre il marito si occupa del bambino funzionano, fanno stare bene
tutti, sottolineando che ciò che va bene per una famiglia non è detto che vada bene per tutte le altre. Per rasserenare gli animi e far sentire i cognati rispettati per le loro idee, è
bene ringraziarli per la loro attenzione: spesso queste critiche o insinuazioni celano una preoccupazione di fondo, il non essere in grado di dire semplicemente “ci tengo alla tua
famiglia e al fatto che rimanga unita e felice”.

Ringraziarli perché si stanno preoccupando per il nostro benessere può essere un modo per tranquillizzarli, ma mostrandosi comunque sempre fermi e decisi sulle proprie scelte».

Mettere dei “confini” è importante:  «Perché ci consentono di stabilire quali persone, quali regole, quali valori, quali priorità fanno parte del nostro nucleo familiare: è bene definirli, così da poterlo anche proteggere
da considerazioni e valori che fanno parte di altri nuclei, altri funzionamenti e altri equilibri.
Come ultimo consiglio, suggerisco un po’ di riservatezza: non è necessario dire a tutti “Sono a casa da solo col bambino perché mia moglie è uscita”. Non per nascondere
chissà quali segreti, ma proprio per tutelare il proprio sistema e proteggerlo da critiche poco sensate, poco costruttive e spesso gratuite».


È d’accordo padre Giovanni Calcara, domenicano del convento di Soriano Calabro (Vibo Valentia): «Il matrimonio presuppone una condivisione a 360 gradi, e si diventa genitori in una prospettiva di impegno a servizio della vita del nascituro che Dio dona alla coppia. Ma
il bambino non può diventare motivo di scontro, di divisione o di impossibilità di adempiere doveri familiari, come assistere persone anziane, non andare a messa o negarsi il tempo libero per coltivare hobby o vedere gli amici. Il figlio è l’impegno principale della coppia, ma se oggi finalmente anche i padri reclamano il loro ruolo e persino la legge – finalmente – riconosce loro il congedo parentale, tutto ciò non può non avere una ricaduta nella vita
coniugale. Sposarsi non significa tagliare le relazioni con i gruppi di provenienza o sentirsi costretti, per esempio, ad abbandonare un’attività sportiva o culturale o ricreativa che crea anche benessere fisico e psicologico, oltre che opportunità di scaricare la tensione causata dallo stress del lavoro e la conciliazione degli impegni familiari. Se c’è fiducia, maturità nel gestire i vari ambiti della quotidianità e la coppia si organizza così che l’uno o l’altro – o magari entrambi, con l’aiuto di una baby sitter – possa uscire qualche volta alla settimana, è più facile che non si inaridisca e si mantenga intatta anche l’attrazione
reciproca, oltre che l’arricchimento continuo dato dalle relazioni con gli altri. E pazienza se c’è ancora qualcuno che ha una riserva culturale nell’accettare che un uomo possa essere felice di cambiare un pannolino o stendere il bucato: l’equilibrio e la serenità della coppia, fatti di parità di doveri, ma anche di diritti, è più importante di tutto il resto».

 


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