Lutto Alia: la comunità piange Salvatore Barbuzza

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Lo sapete già: Salvatore Barbuzza, per tutti Totò, è morto. Aveva 72 anni. Ma era giovane. Di più, “aveva l’animo semplice di un fanciullo”, come ha detto padre Antonino Vicari durante il rito funebre celebrato ieri nella chiesa madre di Alia.

Niente di più vero. Totò era il più giovane dei vecchi. Una persona capace di andare oltre le generazioni. Era ricco Totò, anche se in tasca non aveva mai un soldo e ha condotto una vita di alti (pochi) e bassi (moltissimi); una vita a tratti disgraziata. Gli amici – incluso chi verga queste note – però non l’hanno mai visto abbattuto, depresso, stressato. E ne avrebbe avuto ben donde.

Lui invece volava sempre alto, con gli aneddoti e le sue storie romanzate che ci sarebbe da scrivere un libro e che già da anni sono nella memoria collettiva che si tramanda oralmente di persona in persona, di paese in paese, anche oltreoceano.
E poco importa se quella fantasia costruita su basi reali spesso arrivava all’eccesso. Le sue storie erano belle per questo. Sì, perché con il potere terapeutico della risata, Totò ci ha guariti dai nostri mali quotidiani, dalle sconfitte che abbiamo incontrato lungo il nostro cammino e ci ha insegnato a sognare.
Chi di noi non vorrebbe pilotare un aereo e, schiacciando un tasto, arrivare in poche ore a New York oppure prendere il posto di un comandante momentaneamente indisposto ed atterrare “soffice soffice” tra gli applausi scroscianti dei passeggeri? Chi di noi non vorrebbe dare del “tu” ai big della politica e rimproverarli per non avere fatto il loro dovere? Chi di noi (uomini in questo caso) non vorrebbe vincere una grossa somma al casinò e sperperarla in donne e fiumi di champagne?
Storie leggendarie. Così come una leggenda è diventato Totò, ancor prima della sua morte. Un personaggio letterario. Totò e Nerone, cane che per lui era come uno di famiglia. Totò e il suo Glen Grant mixato con acqua frizzante, il “canarino” come lo chiamava lui. Totò e lo “scappellotto” a Giulio Andreotti. Totò e l’acchianata di Los Angeles. Totò in galera, leggasi 27 mesi di “villeggiatura” all’Ucciardone.

Totò e l’impresa edile di famiglia, quella du zu’ Fedele. Totò il geometra Barbuzza. Totò e la casa di via Croce di Pietra. Totò e quella sua “libretta” dove annotava aforismi di ogni genere. Totò e la rubrica telefonica scritta a penna. Totò e l’immancabile coppola in testa. Totò ed era subito “ciao, gioia mia”. Totò e quel “Tu ci si!” in risposta alle provocazioni impertinenti di noi ragazzi che lo abbiamo idolatrato.
Istantanee di nottate passate in compagnia, di racconti che finivano con un nuovo giorno, di allegria sparpagliata a profusione nelle vie e nei locali di Palermo, Alia, Roccapalumba e paesi del circondario, di serate improvvisate dal nulla e risate a mai finire. Tante risate. Così come tante sono state le lacrime versate al suo funerale. Un bel funerale, dove si è pianto e riso allo stesso tempo. Come lo immaginavamo noi, come avrebbe voluto lui.


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