Libri: “Aqua Himerae” e gli allagamenti a Termini Imerese



AQUA HIMERAE  E GLI ALLAGAMENTI A TERMINI IMERESE.

I recenti eventi idrometeorologici estremi, caratterizzati da “alluvioni-lampo” (flash-flood), che si sono abbattuti sulla città di Termini Imerese hanno ormai reso evidente l’intrinseca vulnerabilità dell’area urbana. Tale vulnerabilità era già stata messa in luce grazie agli studi del geologo termitano Antonio Contino (si veda, in proposito, Antonio Contino, Aqua Himerae. Idrografia antica ed attuale dell’area urbana e del territorio di Termini Imerese (Sicilia centro-settentrionale), Giambra Editori, Terme Vigliatore (ME), 2019, 300 pp.).

Questo esauriente studio, deriva dall’ampliamento delle indagini portate avanti dallo specialista durante la sua tesi di dottorato di ricerca in Geologia (2005), presso l’Università degli Studi di Palermo, avendo scelto l’abitato e la zona industriale imerese come pionieristico test-side, di geologia urbana.

Lo studioso, con grande rigore scientifico, ha minuziosamente identificato tutti i corsi d’acqua principali dell’area urbana e del territorio di Termini Imerese (Sicilia centro-settentrionale). Questi corsi d’acqua hanno nettamente condizionato l’espansione urbana nel corso dei secoli, per cui appare imprescindibile per lo studio di essi, applicare un approccio scientifico interdisciplinare e multidisciplinare, permettendo così di inquadrarli all’interno delle principali tappe dell’evoluzione storica e ambientale dell’abitato e del territorio imerese.

Fondamentale appare la ricostruzione della lunga serie degli eventi idrometeorologici estremi (oltre 90 eventi estremi quali alluvioni, frane, tempeste e mareggiate) avvenuti negli ultimi 600 anni. Nel saggio di Contino, viene evidenziato come gli effetti di tali eventi, sono incrementati dalla pervasiva miope gestione del territorio, soprattutto a partire dagli anni 50’ del Novecento, con una antropizzazione pilotata soltanto da uno sfruttamento antropico irrazionale e selvaggio, senza una preventiva e rigorosa pianificazione in chiave di geologia urbana ed ambientale.

Fondamentale, in tal senso, secondo lo studioso, sarebbe la predisposizione di un’adeguata rete di drenaggio urbana che superi gli approcci idrologici “classici” che prevedono il rapido allontanamento dal sistema urbano dei deflussi meteorici, immettendoli per intero nel ricettore idrico più vicino (naturale o artificiale), con il proposito di assicurare il minimo impatto sulle strutture ed attività antropiche.

Nasce, quindi, l’urgenza di ripensare la struttura dei sistemi di drenaggio, passando da quelli “classici”, ormai obsoleti e spesso sottodimensionati, a quelli “integrati” che considerano i deflussi meteorici (le piogge) come una vera e propria risorsa da gestire in modo ottimale (attraverso appropriati sistemi di immagazzinamento, trattamento, dispersione etc.) ed eventualmente da utilizzare, mitigando la generazione dei deflussi superficiali, minimizzando l’impatto sull’area urbana e sul corpo idrico ricettore (vedi torrente Barratina).

In tal modo, si andrebbe a scongiurare/attenuare fortemente la pericolosità da  allagamento, rendendo l’impatto alquanto localizzato, minimizzando così i disagi alla popolazione.


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