“L’alcolismo si supera in due”: intervista a padre Giovanni Calcara

Pubblicato su “Maria con Te” n. 40 del 3 ottobre 2021, a cura di Mariateresa Truncellito

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Mirella e Osvaldo sono una coppia di quarantenni senza figli, ma molto uniti. A entrambi è sempre piaciuto condividere una birretta con gli amici o una bottiglia di rosso a cena. Ma da un po’ di tempo Mirella sta esagerando: una birra o un “cicchetto” al posto del caffè, l’invito all’amica per l’aperitivo prima di pranzo, l’acquisto smodato di alcolici “per cucinare” e il gomito “un po’ troppo alzato” quando si va in un locale. L’alcol la rende euforica, le toglie i freni inibitori e la fa anche parlare a sproposito, con qualche imbarazzo di Osvaldo. Che comincia a essere un po’ preoccupato: dove si colloca il confine tra eccesso occasionale e alcolismo? Cosa può fare un familiare per evitare che la situazione precipiti?
«L’alcolismo femminile è un problema sociale ancora troppo nascosto», sottolinea Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenze SIPaD. «Riscontriamo di continuo situazioni simili tra le trenta-quarantenni. Questi comportamenti non vanno sottovalutati perché sono la spia di una dipendenza». Bisogna innanzitutto capire quali sono le ragioni che hanno spinto la persona a cominciare l’abuso: «Le difficoltà non sono mai solo della donna, ma per lo più collegate all’ambiente familiare, alla coppia. Invece di superarli con il dialogo, la donna si chiude in se stessa e cerca di dimenticare problemi almeno per un po’».
È bene non aspettare per rivolgersi a un centro specializzato nella cura delle dipendenze o un servizio di alcologia: «È difficile che un familiare sia in grado da solo di risolvere il problema», continua Claudio Leonardi. «Anche perché, magari inconsapevolmente, potrebbe essere proprio lui la causa dell’abuso d’alcol della moglie o comunque non in grado di riconoscere le motivazioni. Indugiare è pericoloso, perché la dipendenza tende a peggiorare, la persona comincia a bere dal mattino, poco dopo essersi alzata. L’abuso d’alcol causa problemi di salute, anche molto gravi, dal diabete alla depressione, dai tumori alla cirrosi epatica».
Purtroppo non è raro che anche i familiari “chiudano gli occhi” di fronte all’evidenza: «Perché si teme lo stigma: per la persona cara, ma anche per se stessi, dovendo accettare di essere la moglie o il marito di un alcolista», continua l’esperto. «La società condanna chi soffre di abuso d’alcol perché ha “un vizio”: ma invece si è di fronte a quella che è una vera e propria malattia, come il diabete o il mal di testa». Il percorso di recupero è medico: «Si stabilisce qual è il livello della dipendenza, i danni all’organismo, le cause psicologiche l’hanno determinata. La terapia prevede una vasta gamma di farmaci personalizzabili, anche per risolvere l’astinenza o le patologie psichiatriche precedenti che hanno spinto alla dipendenza. Abbinati a terapie psicologiche, anche per coniuge, figlio o genitori, perché la famiglia è sempre coinvolta e corresponsabile». Per cercare aiuto, c’è un numero verde dell’Istituto Superiore di Sanità (800-632000, Osservatorio Fumo, Alcol e Droga).
«Statisticamente l’abuso d’alcol uccide più della droga», aggiunge padre Giovanni Calcara, domenicano del Convento di Soriano Calabro (Vibo Valentia). «Ma è una piaga di cui si parla poco proprio perché spesso si consuma nell’ambito delle mura domestiche. Come ogni altro problema che nasce nella famiglia, è nella stessa famiglia che va risolto. Se un marito o una moglie arrivano a consumare alcol come consolazione, rifugio, per stordirsi e dimenticare la realtà è perché la persona accanto non si è accorta del problema e non ha aiutato l’altro. A volte nella famiglia la propria vita viene gestita in una dimensione egoistica: anche quando non si ha il coraggio di esternare le proprie debolezze e si cerca una via di fuga per non affrontare la realtà. Le ferite vanno curate e se sono gravi non basta un unguento, ci vuole un bisturi, prendendo atto della propria difficoltà.

In questi casi la famiglia deve interrogarsi sulla reale comunione di vita che vi alberga, senza stigmatizzare la debolezza dell’altro: siamo tutti peccatori anche se, come si legge nel Vangelo, tendiamo a vedere la pagliuzza nell’occhio altrui anche avendo una trave nel nostro che ci rende ciechi. E se il coniuge non si è sentito di condividere il suo problema con l’altro, è forse perché la coppia “sta” insieme, ma non “vive” insieme. Bisogna intervenire con dolcezza, ma assumendo ciascuno la propria responsabilità, offrendo aiuto e chiedendo aiuto. Anche rivolgendosi ad associazioni o centri specializzati, prendendosi cura della fragilità del familiare. E non dimenticando la medicina della preghiera e dell’Eucaristia».


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