Liceo classico “G. Ugdulena”: lavoro dedicato a Liliana Segre, cittadina onoraria di Termini Imerese



In occasione del giorno della memoria, alcune scuole del territorio hanno aderito alla proposta dell’ANPI di Termini Imerese,  Sez. Li Causi,  di iniziare, tra le attività previste dal programma proposto alle scuole, la commemorazione dell’Olocausto, per trasmettere gli ideali antifascisti e democratici ai giovani. Ciò viene realizzato  in ottemperanza al  protocollo d’intesa tra MI e ANPI nazionale, volto a rafforzare i processi formativi sui temi della Democrazia, della Costituzione e della Cittadinanza Attiva.

Pertanto, si è proposto a tutte le scuole di ogni ordine e grado, di mostrare film, documentari, letture e il discorso di Liliana Segre al Parlamento europeo.

Anche l’I.I.S. G. Ugdulena ha aderito all’iniziativa e alcune classi del plesso del Liceo delle Scienze Umane di Caccamo hanno prodotto degli elaborati contenenti riflessioni interessanti, relative principalmente alla partecipazione, l’anno scorso, della senatrice a vita Liliana Segre ad una seduta del Parlamento europeo  in quanto la senatrice è anche cittadina onoraria di Termini Imerese.

Pubblichiamo pertanto i lavori più significativi di alcuni allievi.

La shoah  è stata una tragedia della storia del Novecento che le nuove generazioni hanno conosciuto grazie alle testimonianze dei sopravvissuti.  Una delle testimoni dell’orrore della Shoah, poichè è sopravvissuta ai campi di concentramento, è Liliana Segre. Il 19 gennaio 2018, il  presidente della Repubblica Italiana ,come grande atto di riconoscenza, nomina Liliana Segre senatrice a vita, per aver servito e difeso la Patria con altissimi meriti nel campo sociale. Lei a soli otto  anni ha vissuto sulla propria pelle le leggi razziali.

Un giorno il padre, mentre erano seduti a tavola, le disse che non poteva andare più a scuola, solo perchè ebrea. Liliana, una bambina ingenua, non riusciva a capire il motivo: lo capì successivamente a 13 anni, quando venne deportata ad Auschwitz. Lei in quel campo non ha mai smesso di stupirsi per tutto l’odio, la rabbia nei confronti degli  ebre perchè tali,  e  si ritiene fortunata   in quanto era operaia  in una fabbrica di bossoli per mitragliatrici; a differenza di altri prigionieri  che rimanevano nei campi svolgendo, secondo lei ,lavori inutili: da una parte scavavano buche per poi ricoprirle di nuovo. Un altro momento  drammatico, di cui in realtà non si sente mai parlare da altri sopravvissuti,  per lei fu “la marcia della morte”, quando i prigionieri dei campi di concentramento presenti nell’odierna Polonia, furono indirizzati verso altri lager della Germania a causa dell’arrivo imminente delle forze sovietiche. Lei racconta che ciascun prigioniero  doveva solo spingere  una gamba davanti all’altra, senza appoggiarsi mai a nessuno, senza  aiutarsi tra loro e nessuno aveva il permesso di fermarsi, al freddo e al gelo, nella neve.I prigionieri, come asserisce la Segre, erano  talmente innamorati della vita che facendo un passo in più speravano di poter essere finalmente liberi, e quando durante questa marcia attraversavano città e paesi, nessuno osava aprire uno spiraglio di finestra per offrirgli qualcosa da mangiare.

Subito dopo la guerra, la senatrice Segre ritornò nella sua Milano e tra i suoi parenti, i suoi amici, le sue amiche, nessuno la riconobbe, perchè Il suo stato fisico, era veramente raccapricciante: un corpo scheletrito, non un corpo di una quattordicenne, per non parlare delle sue condizioni psicologiche che erano peggiori, poichè aveva visto morire molte sue amiche, senza poterle salvare e senza essere soccorse da nessuno.     

 Lei si considerava una selvaggia, ferita, disgustosa, criticata dai suoi familiari, non era nemmeno più abituata a mangiare con una forchetta e un coltello, perchè si era ridotta nel lager a mangiare come gli animali, solo un pezzo di pane, senza nemmeno un piatto.

Inoltre  la senatrice ribadisce che è un suo dovere raccontare in prima persona ciò che è accaduto, perchè ha sentito quegli odori, quelle urla di notte di gente che stava per essere uccisa, ha incontrato diverse persone con etnie e lingue differenti con le quali comunicava solo con una parola principale, “pane”, che per loro prigionieri rappresentava un punto di contatto e la rottura di quel terribile silenzio tra loro. Afferma di essere la nonna di se stessa, amorosa, grata del fatto di essere viva,  anche se non potrà ancora reggere a lungo il ricordo di quegli eventi.

La sua testimonianza davanti agli europarlamentari ha avuto maggiore risonanza proprio perchè la Segre ha voluto ribadire l’mportanza della memoria e le rimarrà sempre impresso nella mente il ricordo di quella bambina di Terezin di cui non rammenta il nome, che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

Pertanto il messaggio rivolto non solo ai parlamentari europei, ma a tutte le nuove generazioni è quello di dover essere come quella farfalla gialla, che sceglie di volare con responsabilità, coraggio e senso di umanità sopra ogni tipo di barriera e di differenza di razza.

 

In occasione della giornata della Memoria, ho immaginato di rivestire i panni di una giornalista che intervisterà la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alle deportazioni nei lager nazisti.

Questa donna è nata il 10 settembre del 1930,  è una sopravvissuta dell’Olocausto, è una testimone della Shoah. Il 19 gennaio del 2018 è stata nominata Senatrice a vita.

Arrivai nello studio dove si sarebbe tenuta l’intervista, mi precipitai per salutare e porgere saluti e ringraziamenti alla Senatrice e ci accomodammo. Le telecamere si accesero e sorrisi alla donna, per la quale provavo una stima immensa.

Buonasera, sono la giornalista Martina Bisaccia, che ormai da anni si occupa di giornalismo politico, essendo corrispondente di un giornale freelance.  Sono qui, oggi, per porre alcune domande alla Senatrice a vita Liliana Segre.  (Aprii l’agenda, nella quale avevo appuntato qualche spunto per le domande, e iniziai col chiedere:)

Che importanza ha avuto per lei  il 27 di Gennaio del 1945?

Senatrice: “Il 27 di  gennaio del 1945 avevo 13 anni, ed ero una schiava operai in una fabbrica di munizioni,la Union, dove si facevano bossoli per mitragliatrice, improvvisamente venne dato il comando di quella che poi fu la Marcia della Morte. Io non sono stata liberata il 27 gennaio del 45 dall’Armata rossa, perchè facevo parte di quel gruppo di persone, circa 50.000 prigonieri ancora in vita e in condizioni fisiche e mentali precarie, che cominciarono quella marcia, durata mesi, della quale si parla pochissimo; e voglio dire che ognuno di noi non deve mai appoggiarsi a nessuno per sorreggersi, perché nella Marcia della Morte se lo facevamo..venivamo finiti dalle guardie della scorta”.

Intervistatrice: (Le poggiai la mia mano sulla sua per farle capire che le stavo vicina)

Senatrice: “Il campo di Auschwitz non è stato liberato quel giorno. I soldati russi non hanno dovuto liberare niente, perché i Nazisti erano già scappati da giorni,  e i Sovietici si trovarono di fronte a questo spettacolo. Di fronte allo stupore per il male altrui, come asserisce Primo Levi “nessuno che è stato prigoniero ad Auschwitz lo ha mai potuto dimenticare, neanche un secondo della sua vita”.

Intervistatrice: (Molto toccata dalle sue parole, un po’ titubante per l’emozione, continuai): Cosa provó quel giorno? Cosa faceva nel campo? Cosa successe? Quale fu il motivo per cui voi prigionieri non avete deciso di mollare?

Senatrice: (dopo avermi sorriso, Respiró profondamente e mi guardò dritta negli occhi): “Noi non volevamo morire, eravamo pazzamente attaccati alla vita, qualsiasi essa fosse; dunque buttarci sui letamai, mangiare qualsiasi cosa trovassimo, mangiare la neve dove non era sporca di sangue e non domandarci più niente e perché, era naturale. Semplicemente andavamo avanti, camminare e camminare”.

Intervistatrice: Emoziata e con la voce mozzata continuai dicendo: Cos’è stata per lei la perdita di identità e di dignità?

Senatrice:  Eravamo giovani, ma sembravano vecchi. Eravamo senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande. Così viene tolta la dignità ad una donna. Eravamo abituate a sopravvivere! C’era qualcosa dentro ognuno di noi che ci diceva “avanti, avanti, avanti!”

 Intervistatrice (Le sorrisi ancora e la mia stima verso quella donna cresceva ogni secondo di più) Cosa c’è stato dopo la marcia? Quale fu la sua fine?

Senatrice:Giorno dopo giorno, campo dopo campo…Mi sono ritrovata alla fine del mese di aprile del 1945, ad assistere alle morti di compagne perse in quella marcia, senza potersi alzare. Al nostro passaggio nessuno aprì mai una finestra o buttò un pezzo di pane: c’era la paura”.

Intervistatrice: Chi sono i colpevoli secondo lei?

Senatrice: “Si dà per scontato che popoli interi lo siano stati, perché non è stato solo il popolo tedesco, fu l’intera Europa occupata dai Nazisti…La Francia, l’Italia. I nostri vicini di casa aiutavano i Nazisti, che denunciavano noi e occupavano i nostri appartamenti, i nostri uffici, appropriandosi anche dei nostri cani, perché erano di razza”.

Intervistatrice: (Deglutisco per le forti parole della Senatrice e mi soffermo sulla parola “razza”, e così le chiedo) Cosa significa per lei questa parola “razza”? perché ci sono  state queste distinzioni?

Senatrice: “Questo è razzismo strutturale, che ancora oggi dobbiamo combattere, che c’è ancora, è antisemitismo; il motivo è semplice, questo razzismo c’è sempre stato”.

Intervistatrice: (Annuì, trovandomi completamente d’accordo con le parole che aveva appena pronunciato Liliana Segre): Cosa successe il primo maggio 1945 ?

Senatrice: “La situazione di noi ebrei fu analoga, di fatto non di diritto,  alla situazione degli ebrei nei paesi occupati, alleati dei Nazisti; quelli erano stati ebrei cittadini, patrioti tedeschi, francesi, italiani, ungheresi che si erano battuti nelle guerre. Ricordo mio zio e mio padre che erano ufficiali nella prima guerra mondiale. Questa espulsione dalle comunità nazionali è stata dolorossisima, andava aldilà delle leggi”.

 Intervistatrice: (Le strinsi la mano in senso di solidarietà, perchè anch’io mi sentivo di condannare queste leggi del 1938, che innescavano meccanismi di esclusione basati sull’odio, inammissibili e ingiustificabili nei confronti di chi non era ariano, senza tenere conto del contributo che gli ebrei avevano dato ad una nazione, avvertita come loro patria. Comprendo quindi il loro dolore di espulsi e perseguitati. ) Mi chiedo difatti, come si è sentita una volta ritornata dai lager come sopravvissuta?

Senatrice: (Sospirò e disse): “Io ero diventata invisible. Dopo la guerra, rimasta viva per caso, tornata a Milano, incontrai delle mie compagne di scuola che non mi avevano più vista. Mi dicevano: “Ma dove sei andata a finire? non ti ho più vista a scuola!” Io nel ’38 avrei dovuto fare la terza elementare, ma ero un pericolo sia  per i Nazisti che per i Fascisti”.

Intervistatrice: Questa brusca esperienza che effetti ha avuto sulla ragazza che era? E sulla donna adulta che è adesso?

Senatrice: “Ero una ragazza ferita, selvaggia, che non sapeva più mangiare con le posate, ero abituata come le bestie, ero bulimica, ero disgustosa ed ero anche criticata da quelli che mi volevano bene; loro desideravano nuovamente la ragazza borghese con una buona educazione familiare. Ma io ho visto quei colori, ho sentito quegli odori, ho ascoltato quelle urla, io ho incontrato quelle persone in quella confusione di lingue. I ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace, perché quella ragazzina che ha fatto la marcia della Morte, quella che ha brucato nei letamai, quella che non piangeva più, quella che cercava la parola comune era un’altra parte di me. Io ora sono la nonna di me stessa e dei miei nipoti, ed io per loro sono una nonna amorosa, presente, grata di essere nonna. Quella ragazzina  che un tempo era magra, scheletrita, disperata e sola, oggi non la posso più sopportare, perché sento che se smetto di parlare, e ricordare le grandi gioie della mia famiglia ritrovata non lo potrò più fare”.

Intervistatrice: (Con gli occhi lucidi, ma tentando invano di mantenere la calma, continuai): Come faceva a comunicare?

Senatrice: Era possibile comunicare con le compagne che arrivavano da tutta l’Europa occupata dai Nazisti solo trovando delle parole comuni: in caso contrario la solitudine, il non poter scambiare una parola, il silenzio avrebbero rispecchiato l’isolamento delle nostre comunità, ma non lo abbiamo permesso. Desideravo di trovare con le mie compagne olandesi, polacche, ungheresi, francesi delle parole comuni. Ho imparato una sola parola ungherese, che era “pane” che vuol dire fame, sacralità di uno spreco”.

Intervistatrice: Senatrice, la sua testimonianza è emozionante, viva e bellissima. (Indicando la telecamera le chiesi infine): Qual è il messaggio che vuole inviare alle persone che la stanno ascoltando?

Senatrice: “Vorrei che si ricordassero che sono in grado di scegliere, con la loro coscienza e responsabilità, affinchè siano sempre la farfalla gialla che vola sopra i fili spinati, che è un disegno di una bambina nel campo di concentramento di Terezin”.

La telecamera si spense. Ringraziai di cuore la Senatrice e uscii in lacrime dall’edificio, ricca di valori morali e umanitari che questa grande e immensa donna mi aveva trasmesso.

 





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