Famiglie allargate e bambini, padre Calcara: “Un nuovo padre per i figli di lei”

A cura di: Mariateresa Truncellito
Settimanale “Maria con te” n. 16 del 18 aprile 2021

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Una relazione affettiva con una donna che è madre di uno o più figli è oggi un evento frequente. Ma anche senza dover fronteggiare la problematica di una cosiddetta “famiglia allargata” – perché, per esempio, lui è single e lei è una giovane vedova – pone a chi la vive interrogativi sul modo migliore per rapportarsi con i bambini o ragazzi, per evitare situazioni conflittuali, rifiuti e contrasti che possano mettere in discussione anche la stabilità del rapporto con la madre.

«Si tratta di una situazione delicata, che comporta una serie di doveri che si aggiungono a quelli di una relazione affettiva», conferma Benedetta Comazzi, psicologa del centro medico polispecialistico Medikern di Milano. «La mancanza di un vincolo biologico non impedisce, col tempo, di instaurare un rapporto di genitorialità. Però è vero che questo tipo di relazione è sfidante: il cosiddetto “terzo genitore” deve essere in grado di mettersi un po’ nei panni dei figli, avere un atteggiamento non giudicante, essere aperto ed agire con una certa di diplomazia. Cercando però di rimanere se stesso, perché solo creando un clima autentico con i figli acquisti si potrà conquistarne la fiducia e costruire anche un rapporto affettivo».

Per arrivarci, è importante evitare alcuni errori comuni: «Come ignorarli, inficiando la serenità della madre. Oppure ingaggiare con loro una sorta di combattimento, invece di accettarli con le loro caratteristiche e spigolosità. O porsi come un amico – e quindi provare ad agganciarli con tematiche o regali da teenager: ma anche spostare la relazione su un piano simmetrico è controproducente e l’amore e la stima non si conquistano con lo shopping».

I figli sono la priorità assoluta del genitore e quindi non bisogna arrabbiarsi per dover condividere con loro il tempo: «Meglio accettare la situazione puntando al compromesso, invece di pretendere di passare la primo posto». Ma cosa fare, attivamente? «Non avere fretta: procedere a piccoli passi – soprattutto quando si entra nella vita di un bambino – così che abbia tutto il tempo di cui ha bisogno per abituarsi a un nuovo cambiamento: dopo il trauma della perdita di un genitore, ne occorre molto per accettare l’ingresso di un nuovo adulto. Il consiglio è di presentarlo come un amico di famiglia, e solo dopo aver testato la relazione di coppia e quella che si instaura col figlio, piano piano introdurlo anche nelle nuove vesti di fidanzato della mamma. Importante è anche l’autenticità: evitare battute, gesti plateali, fare i simpaticoni o ostentare un grande affetto per cercare di far colpo. I bambini sentono quando un adulto non è autentico, ma è solo nell’autenticità che può nascere una relazione basata sulla fiducia. È indispensabile anche che si sentano partecipi della relazione: e quindi cercare di fare cose con loro, senza fare troppe domande ma facendosi conoscere. E quindi ben vengano gite, giochi, pomeriggi al parco o meglio ancora un interesse comune che accresca l’intimità e la fiducia: l’affetto arriverà come conseguenza inevitabile. Se i bambini si pongono in modo conflittuale è opportuno sdrammatizzare gli scontri, non attribuire loro importanza esagerata, non reagire mai in maniera troppo dura, perché certi comportamenti potrebbero essere dettati dalla sofferenza vissuta in passato e non dalla reale voglia di scontrarsi con la nuova persona».

Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento di Soriano Calabro, «In questi casi, ciò che conta è la maturità degli adulti coinvolti e la loro capacità di considerare che la vera paternità e maternità non consistono nel generare, che è proprio dei genitori biologici, ma nell’assumere una missione educativa che, insieme all’accoglienza della vita è propria della famiglia. Se i figli sono ragazzini o adolescenti è bene che gli adulti li coinvolgano nelle loro scelte. Non per avere il permesso, ma per far capire loro che la presenza di una nuova persona nulla toglie al ricordo e all’affetto che la mamma aveva per il loro papà che non c’è più, o viceversa. Si è genitori non per un’appartenenza biologica, di sangue, ma per un’appartenenza di fede. Lo dice Gesù: “Chi è mio fratello, mia sorella, mia madre? Sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Mc 3,31-34). Se attraverso la parola di Cristo, che è la carità che diventa comunione e servizio, la coppia sarà capace di far capire che non è uno strappo o un dimenticare gli affetti vissuti, ma vivendo l’amore e il servizio alla vita, si può ricostituire un’armonia famigliare nel rispetto della dignità di tutti».

 





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