Caccamo è la città di Roberta Siragusa

La riflessione di Padre Giovanni Calcara

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È trascorso un mese da quel tragico 24 gennaio, quando su tutti i social nazionali rimbalzava la notizia dell’ennesimo femminicidio e la nostra città di Caccamo, da poco annoverata tra i borghi “autentici d’Italia”, diventava suo malgrado, protagonista, ma per altri motivi.

La giovane età di Roberta (17 anni) e di Pietro (19) faceva assumere alla tragedia, dei toni particolari, come l’ambiente in cui era maturata la morte; il contesto (apparentemente) normale che, mai avrebbe fatto presagire quello che invece, era successo. Le stesse parole del sindaco, dr. Nicasio Di Cola, dette dopo poche ore dal ritrovamento del cadavere della povera Roberta: “Nessuno poteva prevedere questa tragedia che vede coinvolte due vite umane, due famiglie, l’intera comunità” esprimevano il sentimento di sorpresa, sgomento, dolore, poi, purtroppo sfociati nella rabbia e nella violenza dei messaggi nel profilo facebook di Pietro. Tutte le altre iniziative spontanee o promosse dalla scuola e dai vari soggetti interessati, amplificate dai social, hanno dato la misura di come la tragedia fosse stata recepita in tutta la sua gravità, lasciando spazio a domande, come al rammarico se, realmente qualcuno avrebbe potuto o dovuto aiutare Roberta e Pietro a ritrovare il senso e il significato delle loro azioni e dei loro sentimenti.

La tragedia, era stata ormai consumata, come anche il corpo di Roberta. E le lacrime non sono bastate a spegnere le fiamme che hanno consumato la sua vita.

Facciamo allora tesoro delle parole di mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, pronunciate nel giorno del funerale che, vogliamo vedere anche, come una possibile chiave di lettura e di presa di coscienza di quanto successo. “In questi momenti restiamo senza parole. Vorremmo solo stare in silenzio e piangere sommessamente un dolore indicibile… Se il cuore non arde di amore divampa il fuoco devastante della violenza”. La sollecitudine di padre e pastore, permette al vescovo non solo di cogliere la drammaticità del momento, ma anche di indicare e distinguere i possibili percorsi di riflessione. Il fuoco divampa, esiste, ma bisogna vedere da che cosa è generato e a che cosa porta. Ma è soprattutto nella riflessione spirituale che il vescovo, richiama l’attenzione: “Nel costato di Cristo, aperto e trafitto con violenza, entrano tutti i cuori lacerati dalla violenza. Il cuore di Cristo attende anche il dolore -che deve essere dilaniante- e il pentimento, a caro prezzo certamente, di coloro che provocano violenza”.

Le parole della cugina di Roberta, al termine dei funerali sono una spada che, dovrebbe affondare nelle coscienze di molti, non solo dei giovani: Non abbiate timore, parlate. Il sentimento che si crede amore può diventare una trappola: non siate indifferenti, non giratevi dall’altra parte”.

Se vogliamo rendere giustizia a Roberta, come tutti hanno invocato, non solo bisogna sapere la verità di quanto accaduto, ma bisogna vedere che nel “cuore di Gesù” trova senso, significato, valore il sangue innocente di Roberta, come anche le lacrime di pentimento di Pietro che, tutti auspichiamo. Se molto abbiamo fatto per la salvezza eterna di Roberta, la stessa carità cristiana ci deve spingere a pregare per la conversione di Pietro. Anche se sembra difficile fare nostra la logica di Gesù che “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23)” e, ancora: “Nessuno tocchi Caino (Gn 4)”, come Dio, anche noi siamo chiamati ad essere garanti della vita degli altri. Il cristiano non dimentica, ma crede nella forza della misericordia di Dio. Così è accaduto per gli assassini di San Pietro Martire da Verona, Santa Maria Goretti, il beato Pino Puglisi; così potrebbe avvenire anche per Pietro.

Le ultime parole di mons. Lorefice diventano, per noi profezia di un impegno che, tutti ci deve vedere impegnati: “…dove ci sentiamo ultimi e senza futuro, Dio fa accadere oggi il suo futuro, apre le porte di un Regno che non è per domani, ma oggi”. Il futuro e il riscatto, la speranza e la verità per Iana, Filippo, Dario innanzitutto e poi per noi tutti: comunità civile ed ecclesiale, agenzie educative e famiglie, nascono dal saper accettare e leggere dalla morte di Roberta il “futuro” che in Dio, solo per mezzo di Lui, sarà possibile realizzare anche a Caccamo.

Inoltre: “Guardando a questo Dio siamo chiamati a porre i segni dell’amore, ad affrontare quotidianamente la violenza con il bene, con l’amore, a rischiarare per contrastarla, dentro e fuori di noi”.
Con queste parole è come se ad ognuno di noi, fosse stato consegnato un compito e una missione, che tutti deve coinvolgere e responsabilizzare. Quello che abbiamo fatto (parrocchie, società politica e civile, mondo della scuola, realtà economiche, aggregazioni sportive, culturali, associazioni varie) per avere incisività nella nostra comunità deve conoscere una “nuova modalità” diversa, armonica, se occorre, coraggiosa. Bisogna saper agire, in sinergia e non più da solisti. Come auspica papa Francesco: il noi, deve sostituire l’io, in tutte le esperienza di vita”. Ciò permetterà di promuovere non più singoli avvenimenti o celebrazioni autoreferenziali ma percorsi, itinerari, prospettive con il contributo di tutti, il cui fine sarà possibile raggiungere più facilmente, perché tutti abbiamo contribuito in maniera propositiva alla sua realizzazione. Tenendo conto che, i giovani come le famiglie, non devono essere considerati come i destinati, ma come i protagonisti di questi processi virtuosi, aperti alla speranza come alla legalità. In cui tutti saremo capaci di prenderci cura dell’altro; accettando il limite come sfida, l’utopia come impegno. Infatti, come insegnava Giorgio La Pira: “Fra noi e l’utopia, non c’è il sogno e il desiderio, ma l’impegno di ciascuno di noi”. Da artigiani e non da maestri, imparando dall’altro e non avendo, la pretesa di avere l’ultima parola, ma accettando la diversità di opinioni come possibilità per accrescere e arricchire la comunità di cui tutti facciamo parte. Se necessario, impegniamo risorse economiche e culturali, mettendo in rete le professionalità che, a tutti i livelli la nostra comunità possiede, mettendo in rete programmi anche a lunga scadenza. Ciò permetterà di abbattere i muri dell’indifferenza, dell’omertà, dell’individualismo, della chiusura nei propri egoismi, per incamminarsi su percorsi comuni e condivisi con metodologie concrete e specifiche.

Investire nell’emergenza educativa, appare, una necessità e un dovere, verso la memoria di Roberta e per dare possibilità ed opportunità ai nostri giovani di confronto e di crescita umana. I soli luoghi aggregativi, per il momento, che hanno successo, sembrano essere solo i locali pubblici come i pub. Alle famiglie l’opportunità di confronto e, perché no, di concrete iniziative per responsabilizzarle al futuro dei loro figli. E come, dice mons. Lorefice, bisogna agire “dentro e fuori di noi”. Nessun aspetto della vita cittadina, può sottrarsi, ad un’attenta analisi e riflessione che, oggi certo è manifestata anche dalla preoccupante pandemia che stiamo vivendo. Ma non è il solo pericolo che incombe al nostro orizzonte.

Nessuno possiede la “bacchetta magica”, forse se ci si siedi allo stesso tavolo, assumendosi le propri responsabilità, sarà possibile scorgere nuovi itinerari. Perché come dice un canto: “Tu va tracciando un cammino, un altro ti seguirà”.

Solo allora, saremo capaci di proiettare l’immagine della nostra Città, oltre che in termini turistici, come una realtà che da una tragedia, ha saputo imparare una lezione di vita per il proprio futuro.

Caccamo: la città del castello più bello di Sicilia, la patria del beato Giovanni Liccio, la città delle 33 chiese, dal 24 gennaio è: la città di Roberta Siragusa!

Padre Giovanni Calcara, o.p.

 





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