La prostituzione a Termini Imerese dal XV al XVIII secolo

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Dietro la magniloquente facciata di città demaniale dall’altisonante titolo di Splendidissima, la Termini dei secoli XV-XVIII, nascondeva realtà di miseria, prostituzione, vagabondaggio e delinquenza. Tutto ciò era favorito dalle sperequazioni sociali e dalle varie e ripetute crisi alimentari (specie nei secoli XVI e XVII secolo).

In questo studio tratteremo in particolare del fenomeno della prostituzione a Termini nei secoli predetti e delle problematiche legate ai vari tentativi fatti dagli amministratori locali atti per  reprimerlo.

Dell’esistenza di un postribolo a Termini Imerese nel XV secolo, dove esercitavano la loro attività le prostitute, si hanno soltanto indicazioni documentarie risalenti agli anni Settanta del secolo XV. Similmente a Palermo, esistette a Termini un lupanare, ubicato nel quartiere del macello, o come si diceva allora delli buccirii. Il macello era posto presso la chiesa di S. Caterina d’Alessandria, lungo la strada che conduceva alla chiesa di S. Giovanni Battista.

Negli atti di notar Pietro de Ugo (o de Ugonis) di Termini Imerese (vol. 12852 1476-81 s.n.) troviamo ripetuta menzione di una tal Julia, indicata come La Ragusana, evidentemente  dalla città di origine, che esercitava in Termini nella predetta casa chiusa.

Il 22 luglio 1479, Julia La Ragusana meretrix in postribolo thermarum ad istanza di Santoro d’Angelo, originario della città di Messina e presentemente di Palermo, si accorda per il compenso di 4 onze che il detto si impegna a versarle il 24 corrente mese.

L’anno seguente il 2 marzo, sempre agli atti di notar Pietro de Ugo di Termini Imerese  (vol. 12852 1476-81 f. 142 r.) si fa menzione del discretus Vincenzo di Grappa civis panhormi da una parte e Julia La Ragusana, meretrix in postribolo thermarum dall’altra. Ancora la detta Julia ricevette dal detto di Grappa onze due.

Del malfamato postribolo della città di Termini, che dava il nome al quartiere omonimo, o delli Buccirii, presso la chiesa di S. Caterina d’Alessandria, si fa chiara menzione in un contratto recognitorio del  21 ottobre 1586 nel quale l’Honorabilis Mariano Biruisca (o Viruisca) cittadino di Termini ad istanza del reverendo sacerdote don Salvo Salerno, procuratore della Cappella del SS. Sacramento della Maggior Chiesa, dichiara di possedere un magazzino, che una volta era stalla, e che venne edificato da tal Honorabilis Vincenzo Di Naro. Su tale magazzino, gravava un censo spettante a detta cappella, come da rogito in notar Leonardo Gentile di Termini del 4 maggio 1549. L’atto del 1586, rogato in notar Giovanni Tommaso Bertòlo, descrivendo l’ubicazione dell’edificio, specifica che era posto nel Quartiere del Postribolo di detta città e che confinava con la casa e cortile degli eredi del fu Honorabilis Michele Pusateri e con l’abitazione di detto Biurisca ed in frontespizio del macello del Monte di Pietà di Termini, strada intermedia orientata in direzione della chiesa di S. Giovanni Battista. Da notare che l’abitazione prospiciente, di proprietà degli eredi Pusateri, come specifica il documento, era originariamente adibita a scorticatoio (scorciatorium), sorgendovi sin dal XV secolo un macello, che per l’appunto dava nome al quartiere omonimo.

Che il quartiere Postriboli fosse lo stesso di quello delli Buccirii, si evince chiaramente dai conti della Cappella del SS. Sacramento della Maggior Chiesa dove risulta che Mariano Viruisca rende ogni anno tarì 15 sopra un magaseno posto allo quartierj delle buccirie come appare per contratto agli atti di notaro Gian Tomasi Bertolo.

Altre indicazioni topografiche sono ricavabili dal precitato rogito in notar Leonardo Gentile di Termini del 4 maggio 1549, dove viene rammentata la detta stalla posta nel Borgo di Termini, limitata dalla strada pubblica per la quale si va alla chiesa di S. Giovanni Battista, in frontespizio delle case con cortile dell’onorabile Michele Pusateri, anticamente adibite a macello di proprietà del fu Calogero de Serio.

L’ultimo di dicembre del 1590, un certo Valerio Flodiola, oriundo di Tusa e trapiantato a Termini, che aveva abitazione non lungi dal detto postribolo, doveva pagare al tesoriere della Cappella del SS. Sacramento della Maggior Chiesa, don Salvo Salerno,  la quota annuale di un censo gravante sulla sua casa ed ammontante a onze due. Il Flodiola non potendosi recare di persona presso il detto sacerdote affidò la somma predetta a delle meretrici che puntualmente consegnarono i soldi al Salerno. Questo ultimo al f. 43 del suo libro di conti appose la seguente annotazione: ultimo dexembre unzi doj diverse don[n]e meretrice pagano p[er] valerio fradiola [Flodiola].

Nel XVI e XVII secolo negli atti di battesimo della Maggior Chiesa di Termini troviamo registrati alcuni figli di meretrici, queste ultime indicate, come era allora usanza, dal luogo di provenienza: Nora La Ciminnita (da Ciminna), Philippa La Sinillàra o La Isinillàra (da Asinello, oggi Isnello), Lucrezia La Cuniglionìsa (da Coniglione, cioè Corleone) Julia La Cefalotàna (da Cefalù), Francesca La Pulizzàna (da Polizzi Generosa)Agata La Polizzàna, Antonia La Cambaratìsa (da Cammarata).  Riteniamo che non a caso le meretrici provenivano dal vasto retrotrerra che gravitava attorno al Regio Caricatore del Grano in Termini, uno dei maggiori dell’Isola. Termini, era allora, infatti, un centro commerciale di primo ordine, scalo marittimo frequentato da gente proveniente dai maggiori porti del Mediterraneo, meta di lucrosi traffici commerciali,  ma al contempo di illeciti affari.

Esistevano pure cortigiane e “donne libere” di alto rango che spesso erano amanti (zitelle o citelle) di esponenti della nobiltà termitana e che ovviamente conducevano una vita molto più agiata rispetto alle meretrici di bassa condizione.

Nell’atto di battesimo del 13 marzo 1574 di tal Maria figlia di Apollonia (Ampollonia), la madre viene indicata come zitella al presentj di Giovanni Battista Gentile, nobile esponente dell’omonima famiglia termitana di origine ligure. Padrino della bimba fu Vincenzo Satariano di Termini. Occorre sottolineare che il sacerdote che compilò l’atto di battesimo, Tommaso Foti, nel ricordare la detta Apollonia specifica che presentemente era amante del detto Gentile, segno che antecedentemente lo era stata di altri.

Ancora il  30 maggio 1635 il sac. Antonio Gallo battezzò Don Pietro Bruno junior, nato il giorno 29 di detto mese e anno, figlio naturale di Don Pietro Bruno senior e di una “donna libera” Filippa Taibba. Padrino del bambino fu Don Pietro Notarbartolo. A giudicare dal cognome della donna si doveva trattare, con tutta probabilità, di una schiava affrancata (Taibbah in arabo significa “Buona”).Quasi un secolo prima, il sacerdote termitano Francesco Bruno,  il 29 ottobre 1542, che in quel torno di tempo svolgeva il suo ministero a Castronovo, fece battezzare nella Maggior Chiesa di Termini, dal sac. Vito Pantano, il figlio Simone, alla presenza del padrino il Magnifico Francesco La Gula e della madrina Isabella La Vizzina (sabella la vizina) . Nessuna traccia della madre nel documento.

L’8 agosto 1586 il nobile Vincenzo Giamboni, appartenente ad una antica famiglia di origine pisana trapiantata a Termini, fece battezzare il suo figlio naturale di nome Giuseppe, che nell’atto è indicato con il termine bastardo. Padrino del bimbo fu Giovanni Raimondo Sitajolo, altro esponente di una nobile famiglia pisana trapiantata a Palermo e che veniva a Termini soprattutto per svolgervi i suoi affari commerciali, legati al fiorente caricatore del grano.

Il termitano di adozione Don Baldassarre Cicala, da una donna sconosciuta ebbe una figlia naturale, Giovanna, che venne battezzata dal sac. don Gerolamo Todesco il 2 ottobre 1643, alla presenza del padrino Salvatore Sceusa e della madrina Vincenza moglie di Gaspare Mastrilli, tutti della città di Termini.

Molte figlie naturali di esponenti di casate nobiliari finivano in monastero, spesso non sempre consenzienti, e talvolta con atteggiamenti poco consoni all’abito che indossavano. Emblematico è il caso avvenuto il 26 dicembre 1535, allorché Donna Eufemia de La Cerda, abbadessa del monastero di clarisse sotto il titolo di S. Marco della città di Termini, denunziò suor Virginia de Lomellino figlia naturale del nobile Giovanni Battista Lomellino e suor Candia de Ventimiglia, figlia naturale di un esponente di questa casata nobiliare, non solo per non aver voluto sottostare alla sua autorità di abbadessa, ma soprattutto per averla ingiuriata pesantemente ed accusata di turpitudini, con le seguenti parole: bagaxia, ruffiana, glacza [cioè “garza” ovvero “amante illecita” n.d.aa] chi si tenj li hominj ammucchiati (leggi ammucciatiintra lu monastero pi dinari.

Tracce legate all’attività di una singola prostituta detta La Papiretana e che doveva godeva di una certa notorietà, tanto da dare il nome ad uno slargo, si reperiscono a Termini Bassa. Infatti, ancor oggi, persiste la denominazione popolare di Chianu ‘ra Pipiritàna, poi divenuto Chianu Pipiritànu, data alla Piazzetta Geraci, presso l’attuale via Bagni, non lontano dalla Marina e dal sito del detto Caricatore (gravitante su Piazza Crispi, già Piano del Caricatore).

L’odonimo è già attestato nella prima metà del XVII secolo. Il 29 dicembre 1632 i deputati della confraternita dei mugnai di Termini (che aveva sede nella chiesa dell’Annunziata), Salvatore Monteleone e Tommaso Spinella, ricevettero dal Magnifico Gian Luigi Peruxia (variante scorretta del cognome genovese Priaruggia o Priaruxia), procuratore  delle suore Caterina ed Antonina Dentici, dell’ordine dei cappuccini, una casa terranea (a pian terreno) posta nel quartiere delle Xilbe (corruzione del latino silva) altrimenti detto di Pipilitàna. La detta casa era stata recentemente costruita e faceva parte dei suoli di case che aveva lottizzato l’enfiteuta Giuseppe Lo Maltisi. Il toponimo Pipilitàna (o meglio Pipiritàna ovvero La Pipiritàna) allude certamente ad una tizia oriunda di Palermo ed in particolare della zona del Papireto, nota allora per essere abitata da prostitute, tanto che Pipiritàna era divenuto sinonimo di donna di malaffare.

Ritrovo di singole prostitute erano alcune taverne e locande di infimo ordine. Da notare che ancora nel XV secolo, fuori Porta Maris, presso le Terme, era ubicata la contrada di Malucuchinatu (leggi ‘Malucucinatu’) ed il vicino asse viario denominato Ruga di S. Bartolomeo (Ruga Sancti Bartolomei) sulla quale prospettava la chiesa omonima, sorta sin dal XV secolo a servizio della Tonnara di Termini. La contrada di Malucuchinatu prendeva nome dal cosiddetto Malucuchinatu o caldùme (siciliano quarùmi), piatto a base di interiora lessate, che si vendeva per lo più nelle osterie. Un retaggio dell’antica presenza di tali attività commerciali è rimasto nell’odonomastica cittadina nella Via Taverna, presso le Terme. Analogamente a Palermo, la contrada di Malucuchinatu ospitava quindi diverse taverne, dove gli avventori potevano mangiare e bere vino a prezzi modici e concedersi altri “svaghi”.

Con l’ampliamento del perimetro urbano nella seconda metà XVI secolo, venne edificata la nuova Porta della Marina o della Dogana, gravitante sulla attuale Piazza Marina e di conseguenza anche tali attività commerciali si spostarono in questo ultimo sito.

La legislazione anti-prostituzione era piuttosto severa, ma nonostante ciò non mancavano i contravventori. La prammatica del Viceré de Vega del 1553, vigeva ancora nel XVII secolo:

 che nessuno debbia né presuma tenere femina a guadagno tanto pubblico quanto in privato ed in cantoniera, né tenere femine ruffiane, ancorché non si potesse provare ch’esse si paghino, sotto pena di once cinque e di star cinque anni in galera per l’omo, col perpetuo esilio dal regno finita che sarà la galera; e delle frustrate per le femine.

 Ed ancora: che nessuno debba né presuma tener femina in casa, né casata star con nessuno, li quali volgarmente diconsi “garzi”, sotto pena di once dieci, ed essendo poveri da non poter pagare le onze dieci siano in pena di stare alla vergogna in pubblico per lo spazio di dieci ore e d’esser sbanditi dal regno per un anno

Infine, dal “Bando e comandamento d’ordine dello Spettabile don Antonio Salerno capitano di giustizia di questa Splendidissima e fedele città di Termini” del 13 ottobre 1752 sappiamo che Nessuna meretrice possa portare nessuna specie di manto, cossì di Donna come d’Uomo, sotto la pena di once quattro e di perdere il manto.

Nonostante le reazioni della Chiesa e degli amministratori della città, nel XVIII secolo, non siamo ancora molto lontani dalla situazione documentata nell’atto della vendita del “mero e misto impero” alla Universitas di Termini nel 1621 quando la <<splendidissima città>> era piena dei seguenti rei: falsari, corruttori di giudici, usurai, latri, falsi testimoni, briganti, rapitori di donne oneste, di monache, di fanciulle, di vedove, di fanciulli, bestemmiatori di Dio, della Madonna, dei Santi e delle Sante, sodomiti, stregoni (…facientium magarias seu facturias), avvelenatori, stupratori di fanciulle, di vedove, e di altre donne, meretrici, protettori di prostitute, patricidi ed altri rei ancora.

di Antonio Contino e Salvatore Mantia

Tratto da: beniambientalieculturaliimeresi.wordpress.com









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