La storia di Emanuele e Vincenzo, la coppia di termitani unita civilmente

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L’amore trionfa sempre. Lo testimoniano a Termini Imerese Vincenzo Giuffrè Marsala e Emanuele Aglieri Rinella, la coppia unita civilmente dal 3 giugno 2017. Si conoscono dal 2006 i due termitani, si sono conosciuti perché facevano parte della banda musicale “Città di Termini Imerese”,  ma sono legati da un forte sentimento dal 2011. Un rapporto solido e rispettoso che, pur tra mille difficoltà, va avanti e si rafforza di giorno in giorno, anche in questo difficile periodo legato all’emergenza Covid 19. Li abbiamo intervistati e ci hanno raccontato la loro storia. 
 

Nel caso qualcuno vi avesse ostacolato avreste in ogni caso contratto l’unione civile?

«In primo luogo teniamo a precisare che dal momento in cui abbiamo comunicato ad amici e parenti la nostra decisione di contrarre l’unione civile abbiamo ottenuto sincere manifestazioni di gioia e di consenso, nel caso in cui, viceversa, avessimo ricevuto delle disapprovazioni al nostro proposito, queste, sicuramente, non sarebbero state prese in alcuna considerazione».
 

Nella società vi sentite vittime di pregiudizio?

«Noi abbiamo vissuto, per fortuna, circoscritti episodi di pregiudizio, tuttavia crediamo che in alcuni ambienti sopravviva attualmente il perdurare di stereotipi e pregiudizi negativi facendo si che ci possano essere ancora vittime di umiliazioni, oppressioni e violenze a causa del proprio orientamento sessuale. Tutti abbiamo bisogno di essere amati ed accettati, dalla scuola, dalla società e soprattutto dalla famiglia, purtroppo, ci sono tuttora persone che non riescono ad accettare che la felicità degli altri possa conoscere declinazioni diverse da quelle tradizionali. Ci sono strade inesplorate in ciascuno di noi e per qualcuno la vita può essere più complicata e aprire ferite profonde che potrebbero mettere in seria discussione anche l’amore di un padre, di una madre, di un fratello o di una sorella, creando ferite laceranti che tradiscono quell’amore primordiale, il primo, di cui siamo oggetto dentro le famiglie. C’è chi pensa che l’omosessualità sia un difetto, un errore di fabbrica, una devianza o una menomazione, in realtà riguarda solo un orientamento sessuale, certo diverso da quello eterosessuale ma del tutto equivalente. Si tratta solo di una delle tante differenze che caratterizzano ciascuno di noi e che non può e non deve impedire ad una persona di essere considerata uguale ad un’altra in termini di dignità, di opportunità e di diritti. Le preferenze, le inclinazioni, le doti, i talenti, come pure l’orientamento sessuale sono caratteristiche personali che non si possono scegliere, di conseguenza nessuno ha il diritto di condannare o disprezzare qualcuno per le sue predisposizioni. E’ necessario promuovere una cultura dello scambio, della conoscenza e dell’incontro, piuttosto che innalzare muri ed emarginazioni che creano soltanto paura, pregiudizi, odio e scontro. Bisogna quindi lasciare aperta la porta del dialogo e mostrarsi disponibili all’ascolto e se qualcuno ha dei dubbi, meglio ammettere di non essere ferrati sull’argomento e proporre di approfondire il tema insieme, senza mai giudicare. In ogni caso siamo fiduciosi delle nuove generazioni, l’apertura mentale cresce e tra i giovani si respira aria di libertà, affrontano questo argomento in modo più diretto e naturale parlandone più apertamente. In essi le relazioni non sono più pensate in modo binario, si rompono gli schemi e si sperimentano tutte le sfumature possibili».

La Chiesa Cattolica non riconosce le unioni civili; per voi credenti come vivete questa condizione?

«In ogni caso la nostra vita cerchiamo di viverla sforzandoci di seguire gli insegnamenti di Gesù pur rimanendo nella nostra naturale inclinazione. Siamo consapevoli di non essere in piena comunione con la Chiesa Cattolica e da questa, certamente, non pretendiamo l’approvazione dell’unione civile che abbiamo contratto, tuttavia la stessa Chiesa ci educa anche ad essere umani, tolleranti, accoglienti e misericordiosi, così come ci insegna pure San Giovanni XXIII: “bisogna distinguere l’errante dall’errore”. Purtroppo, ancora oggi, le persone omosessuali sono discriminate anche in ambiente cristiano. La questione omosessuale disturba, preoccupa, solleva interrogativi. Molti cristiani si considerano tolleranti fino a quando questo tema li tocca solo da lontano, pertanto, ci chiediamo se un domani potrà esserci nelle comunità cristiane anche un posto per le coppie unite civilmente».
 

Cosa vi sentite di consigliare a coloro che si trovano nella vostra stessa condizione ma non hanno il coraggio di esternarla?

«Consigliano di avere il coraggio e l’onestà di non porre ostacoli a questa variante naturale del comportamento umano, di accettarsi con piena coscienza per quello per cui ciascuno di noi è stato creato, di non celare ignobilmente il proprio orientamento sessuale dietro la disonorevole copertura del matrimonio o del celibato e quindi di non vivere clandestinamente un eventuale rapporto affettivo».
 

Qual è il messaggio che vorreste trasmettere dopo aver contratto l’unione civile?

«La legge sulle unioni civili rappresenta senza dubbio una legge di civiltà, che fa cultura, che amplia i diritti, il benessere, che migliora la nostra democrazia e restituisce, finalmente, alle persone dello stesso sesso che desiderano costituire legalmente una famiglia, la dignità di cittadini di questo Paese. Tale traguardo non è stato facile da raggiungere, ci sono voluti anni di battaglie culturali, politiche e religiose in tal senso e persino una condanna da parte della Corte Europea per i diritti dell’uomo, prima che l’Italia, ultima in Europa, si decidesse ad approvare questa legge. Comunque è da evidenziare che l’unione civile è un istituto giuridico distinto dal matrimonio ma su questo modellato, pertanto essa è forma alternativa e diversa dal matrimonio. In sostanza, la legge sulle le unioni civili, a dispetto delle buone intenzioni e per quanto necessaria, purtroppo mette in risalto, dal punto di vista giuridico, con espressa previsione di legge, la diversità piuttosto che l’uguaglianza tra le coppie eterosessuali che conseguono determinati diritti e doveri con il matrimonio, rispetto a quelle omosessuali, alle quali invece essendo precluso il matrimonio, conseguono diritti e doveri simili con un istituto giuridico differente, pertanto, a nostro modesto avviso, una sorta di coppie “di serie B”».
 

Come state vivendo questo periodo del Coronavirus?

«Questo tragico periodo, dettato dalle restrizioni per evitare l’allargarsi del contagio, lo stiamo vivendo innanzitutto nel rispetto delle regole. Anche se ci sono tanti che se ne preoccupano, esistono ancora, a nostro avviso, troppe persone che non prendono seriamente questa grave emergenza. Senz’altro siamo soggetti a molte limitazioni, comunque, consapevolmente e responsabilmente ci siamo adattati ad un cambiamento delle nostre abitudini, degli impegni a vario titolo ed anche del tempo libero a disposizione. Purtroppo, fermarsi per molti vuol dire sprofondare, annegare nella crisi economica, nella solitudine, nella disperazione. Ma c’è anche la speranza che da questa crisi nasca un mondo migliore per l’umanità, decisamente più solidale. Ci auguriamo che questi tempi di rinunce possano servire anche per momenti di crescita e di riflessione sulla fragilità umana e di ripensare al valore delle cose che fondano il nostro stare al mondo. Infine, in considerazione dello smisurato sacrificio patito da tutto il personale sanitario e delle forze dell’ordine ci sembra doveroso rivolgere ad essi il nostro pensiero ed i nostri ringraziamenti così come a tutti i lavoratori dei settori dei servizi e beni essenziali».

Uno sguardo diverso sull’amore

«Innanzitutto ci sentiamo di affermare che l’amore sboccia tra esseri umani capaci di provare sentimenti profondi e non tra sessi. Pertanto, l’amore appartenente a due esseri riguarda esclusivamente essi e la loro libertà, la loro felicità, la loro serenità ed il loro diritto di realizzarsi nella vita secondo i propri ideali. Tutto questo, di conseguenza, dovrebbe essere a dir poco rispettato, perché in caso contrario verrebbe espresso un giudizio ed una eventuale condanna di stati e situazioni che riguardano unicamente due persone innamorate l’una dell’altra. Chi crede davvero nell’amore, non può erigere confini o paletti né imporre divieti perché così facendo arrecherebbe inevitabilmente solo danni e sofferenze indicibili, a volte irreparabili, a chi le subisce. Naturalmente l’amore omosessuale può anche non piacere e nessuno, ovviamente, è costretto ad apprezzarlo. Pertanto, quale autorità ha il diritto di condannarlo ed eventualmente reprimerlo? In nome di quali principi? Oltraggiare un sentimento così forte e vitale come l’amore non si riduce soltanto ad un’azione da condannare a livello morale, ma corrisponde anche alla violazione palese di una libertà fondamentale di ogni essere umano: la libertà di autodeterminazione di ogni individuo. Con l’occasione vogliamo ringraziare Himera Live per averci dato la possibilità di affrontare questo tema attraverso la nostra testimonianza».

                                                                                                     

Ha collaborato Domenica Culotta





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